Arrivano i tedeschi


Un’altra versione della storia già raccontata, ma d’altronde anche le Germanie una volta erano due.

Caro Lettore, chissà se ci sei o imbùco questa lettera in una casella morta come faceva John Nash, il paranoico genio dell’economia; sarò paranoico anch’io? Sarò solo parapendista? (questa era scema) sarò paraculo? (questa è volgare) sarò parterre? (questa è francese) sarò parente? (e questa è genetica).
Ti scrivo per raccontarti la mia vita, che interessa poco a me, figurati a te, ma ogni tanto càpita che mi fa ridere e perciò quando morirò e la rivedrò tutta passare rapidissima tipo Charlot mi morirò dalle risate, che è un modo gradevole di levarmisi dai coglioni (to leave forward coglions myself –  buono l’inglese).
Ieri per esempio mi ha fatto ridere l’incontro avuto nel mio bugigattolo di ufficio con dei tedeschi di Germania, incontro avvenuto a scopo di lucro tanto che sembravamo i Soliti Ignoti del film, quando fanno scuola di scasso con Totò. Mo’ ti racconto:
Tutto cominciò che mi telefona settimane or sono la Camera di Commercio Italo-Tedesca per un incontro con ‘partner tedeschi’.
Io: “Antonio, ti ho riconosciuto, sei un cretino e un terrone, cosa vuoi fare il tedesco dài, e sputi talmente nella cornetta che mi stai bagnando un orecchio. Su, vai a cagare che sto lavorando”
Purtroppo si trattava veramente della camera di commercio eccetera (ma tu Lettore, lo sapevi che esistesse? Io pensavo che questi nomi ci fossero solo sui fumetti di Topolino) e, tramite la Signora Panzer, questa camera c’invia il modulario di appuntamento in cui mi si domanda tra l’altro il fatturato in milioni di Euro. Io sghignazzo e, così cimentato, gli compilo tutto con bieca fantasia: – Il mio nome è Siegfried Von Sheisse du Sangre D’Habib, parlo sessantasei lingue, sono alto, bello e con vari occhi celesti, ho sposato Cenerentola e risiedo nel castello di Fontenblò dove faccio l’alchimista.
Ho inventato il motore spento, le nuvole e la scopa di saggina; come hobby getto malefìci; sono conosciuto nel mondo come Il Vendicatore Mascherato, perché nessuno sa che quella è proprio la mia faccia.
Sono disposto a collaborare con lor signori, anzi, è meglio che collaborino altrimenti faccio invadere Berlino dal mio esercito di Troll volanti e piazzo il Vesuvio sul Bundestag; il fatturato in milioni di Euro? Io coi milioni di Euro ci fo rotoli per uso casalingo. Vi attendo in cima al crepaccio, chiedere ad Igor -.
Pensavo così di non sentirli più, e invece mi ‘riva una telefonata di questo tenore: “dòòò…” – la voce dice: “Sig-nor Internètt, appuntamenta giovediddìnci, tutto jawhol?”
Io: “ma ssi’ següren? E vabbè, venghi”
Voce: (con tono cordiale) “danke, fangulo, fangulo!”
Il problema sarà l’accoglienza; dovrò portare in ufficio la tazza del cesso per sederci tutti. Mentre sto pensando ai dettagli, suonano alla porta.
Ed eccoli; io mi sono profumato con Tabacco D’harar, la mia collega finge di non vederli, entrano; sono quattro: due tedeschi d.o.c. e due interpretesse mezzosangue.
Sorpresona! Io credevo di dover parlare il mio povero inglese da scuola radio elettra, e allo scopo mi ero fatto un miserabile ripasso su grammatiche ottocentesche (- L’alunno vòtichi in britanno le seguenti proposizioni: “il maestro è severo ma giusto; il re è il padre della Patria; la vacca dà il latte; se è molto vacca, dà il culo” – eccetera) ma essi, i tedeschi, no parlavano inglese! Stupore e sollievo! Niente inglese! Ma roba de matti, che ghenga di ignorantoni; ho subito tirato fuori qualche frasetta in inglese per farli sentire in soggezione: five per five ventifive e roba così e, strapuntati sugli strapuntini della stanzetta, fingiamo tutti di essere dei grandi:
– Io (regalmente): “un coffee break? C’abbiamo solo acqua.”
– Tutti (anche io e la collega): “ja, ja, danke, danke!“
– I tedeschi (amichevolmente): “prosit, fangulo!”
– Io: “in italiano si dice: ‘salute’”
– I tedeschi: “salute, fangulo!”
Insomma una bella festa; alla fine non si è capito una cippa, se non che loro ci invieranno un catalogo in una lingua cristiana (l’inglese, capirai!), dopodicui noi gli risponderemo (in inglese, capiranno?) quello che ci pare, e già mi sto allenando.
Poi – se tutto va fangulo – saremo importatori dalla Germania di strane colle poliformi che strisceranno inarrestabili nelle fogne e alla fine domineranno il mondo! Ah ah ah! – questo abbiamo capito.
Pare ci siano alti guadagni, per i sette nani, e biancaneve si fòtta. Anche questo abbiamo capito.
Alla fine, tutto si era capito; ci siamo quindi salutati romanamente gridando, e siamo ripartiti. Poi siamo tornati, perché erano loro a dover ripartire; ci siamo risalutati romanamente gridando e, stando attenti a non mescolarci, li abbiamo lasciati ripartire.

Un bel giovedì, quasi quasi lo rifacciamo. La prossima volta con dei Valdesi, che ne so. Vuoi partecipare, Lettore? ti rilassa, eh, meglio di una serata in sanatorio.

2 pensieri su “Arrivano i tedeschi

  1. A fantasia, il valdese è una roba seminordica, ma nordica di qua, quel nordico che nell’immaginario automatico italiano è appena di là dalle Alpi e suona già così remoto. Il buffo è che con questa gente abbiamo la stessa consanguineità e la medesima estraneità che ci rende prossimi a e diversi da quel cugino bizzarro che vediamo solo a Natale.

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