Sam Spade e la colla tedesca


Qualche anno fa mi telefonarono degli esteri, per propormi un affare che si rivelò una fregatura potenziale. Vennero due tedeschi dell’est con interpreti per farci importare un prodotto “in esclusiva”; peccato che l’esclusiva ce l’avesse già un ingegnere di Firenze.
Lo scoprii con una rapida indagine e brillante deduzione degni di Sam Spade, e allora ecco il racconto secondo il suo stile.

humprey spade

Okay ragazzi: se siete riusciti a scorgere l’America nelle avventure dei suoi Spade, per voi sarà uno scherzo scoprire il Commercio in queste poche righe e rendervi conto che, malgrado gli accenti, questa è una storia vera.
Un’altra cosa, ragazzi: non pensiate che io voglia fare il verso al vecchio Sam; hey, non scherziamo: nessuno è come lui; io sono solo il redattore di un vecchio blog.
E poi andiamo, ragazzi: non crederete che io legga di quella roba.

************

Entrai all’agenzia come ogni mattina; il tempo era piovoso e buio anche se era giorno fatto e anch’io ero fatto ben bene, a causa di quel whisky torcibudella che Sergio detto il Greco mi aveva propinato la sera prima. Accesi l’ennesima sigaretta della mattina e guardai lo sfacelo dell’ufficio con le migliaia di cartacce impilate sul pavimento e su ogni rialzo possibile, compreso il cornicione della finestra. Mi accesi anche un whisky, per cominciare bene la giornata; mentre ero comodamente sdraiato tra la poltrona e le scartoffie, con i tacchi su una montagna di faldoni abbandonati al loro destino, suonò il telefono; scavai tra le macerie e recuperai il ricevitore che diressi all’orecchio giusto, accendendomi una sigaretta.
“Agenziainternet” – dissi, mandando il fumo verso i neon
Dall’altra parte una voce sottile e decisa, una voce che soffiava le acca come una caffettiera in porcellana tutta decorata a mano, una voce che mi ricordò le spire di fumo di una Chesterfield e il profumo del doppio malto; una voce di bionda che fumava Chesterfield doppio malto. Col bocchino.
– “Agenzia di Herr Internet?”
– “Ja” – dissi pigramente.
– “Ho del lavoro per lei, Herr Internet” – disse la voce, accavallando un chilometro di gambe con le calze dalla riga più sinuosa che avessi mai visto al telefono.
La sua erre si agitava tra lingua e labbra come volesse uscire a prendermi. – “Perché proprio io, bambola” – risposi bevendo l’ultimo goccio mentre fissavo le ciminiere del porto.
– “Perché lei è il migliore, mi dicono” – disse lei, flautando tutte le pi e le mi come un usignolo con le giarrettiere di pizzo nero. La cosa cominciava quasi ad interessarmi; volevo saperne di più su quel lavoro, e su quelle giarrettiere.
La voce mise la quarta: – “Potrei essere da lei tra quindici minuti, Herr Internet, se non la disturbo, naturalmente”
– “Okay” – risposi e riattaccai.
Le ciminiere del porto (un vecchio quadro stinto attaccato sopra il diploma preistorico di Agente) sbuffavano sempre lo stesso fumo. Cosa voleva da me la bionda? Lo avrei scoperto tra poco, se era di parola; e se non mi addormentavo, ovvio. Stavo versandomi un Whisky, quando la porta si aprì buttando giù una pila di vecchie carte. L’ingresso si riempì di curve come una strada di montagna.
– “Herr Internet?” – disse la voce del telefono.
– “Quello che ne resta” – risposi facendo un giro con gli occhi sulla strada di montagna – “Si accomodi dove trova posto e mi racconti la storia completa”.
– “Sono la Signora Walther” – mi informò piegandosi su quella che doveva essere stata una sedia e che non sapevo più nemmeno che esistesse tra i rifiuti del mio ufficio; lei sollevò in diretta un polpaccio di mezzo chilometro e lo incrociò con un ginocchio, mezzo chilometro sopra il quale stava frusciando del raso nero. Deglutii.
– “Ha mai sentito parlare della Camera di commercio gotico-lombarda?” – mi domandò guardando la brace della sua lunga sigaretta Chesterfield double malt in fondo al bocchino d’avorio.
– “Continui” – dissi.
– “Stiamo cercando qualcuno, qualcuno in gamba intendo” – continuò, fissandomi con gli occhi di una gatta che fissa la tana di un sorcio – “uno che non abbia paura del mondo, uno capace di osare, capace di fare la cosa migliore in ogni occasione, sempre” – concluse muovendosi come quella gatta, e cambiando l’incrocio delle gambe.
– “Beh, rivolgetevi a 007” – dissi con un gesto pigro
La bionda scattò come toccata nell’intimo: – “oh Cristo, Internet! La prego!…”
– “Non mi metta in concorrenza con dio” – le risposi; – “avanti, bambola, la favola m’interessa”
Lei non era più così sicura di sé come quando era irrotta… irromputa… insomma come quando era entrata irrompendo nel mio ufficio, potrei dire che cominciava a fare il broncio. Cercava di impressionarmi, la bambina. Mi preparai alla scena madre versandomi un palmo di liquido oro. La guardai. Mi sembrava anche di averla già vista, ma dove, ma quando; da tempo non facevo più di quei sogni; lei mi guardò come se se ne fosse accorta e tirò fuori quasi con imbarazzo una lunga sigaretta. Mi sporsi per darle fuoco; aveva gli occhi bassi; quando le fui vicino li alzò così come scatta una trappola. Mi risedetti e affondai nel mio treppiede, al riparo della scrivania.
– “Qualcuno la sta cercando, Internet”
– “Già” – dissi.
– “Io ho qualcosa che potrebbe fare la sua fortuna” – riprese
la guardai per qualche secondo: – “Ne sono più che convinto, milady”
– “Antisale. Pavimenti decorativi. Vernici protettive, resine industriali e non” – stava sputando fuori proprio tutto, la piccola – “non vuole vedere il catalogo?”
– “Non vedo l’ora” – dissi lento, senza muovere un muscolo.
Lei rimase come incerta. Che donna, ragazzi, faceva la faccia da bambola timida, adesso. Aspettai il resto. Ora avevo io il coltello dalla parte del manico.
– “Faccia lei il prezzo” – disse veloce, come avesse dato l’ultima carta. Non ci cascai.
– “Costo molto io, bambola”
– “Io non così tanto” – rispose con un sorriso. Che donna, ragazzi.
La bionda si mosse così velocemente come solo le vere bionde sanno fare ed in men che non si dica avevo sotto il naso tutta la brochure. Non credevo ai miei occhi; lei mi rantolava all’orecchio buono tutte le favole delle mille e una notte, sfogliando pagina a pagina con le dita lunghe che spuntavano dai guantini di raso. Mi parlava presso la spalla destra premendosi contro il mio braccio e spruzzandomi lievemente di saliva. Allungai rapidamente la mano, e presi le sigarette.
– “Okay, okay bambola, non così in fretta. Pominciamo dall’inizio… Iniziamo dal pomincio… sì vabbè” – dissi, accendendo la vecchia paglia. Tirai quattro boccate fumandomi anche due falangi. – “andiamo per ordine. Chi le ha dato quella brochure?”
Lei sorrise per il quattro a zero. – “andiamo, Herr Internet, che importanza può avere? Le sto offrendo una miniera d’oro… e non solo” –
– “mettiamo le cose in chiaro, baby” – ora stavo mettendo le cose in chiaro – “qui si fa a modo mio. Fuori quel nome, o si riprenda la sua bella brochure e vada fuori con lei. Decida, e subito. Non ho tutto il giorno” – andavo forte, quando volevo.
Lei si mostrò sottomessa e prese l’aria di un intero asilo infantile. – “come vuole… e va bene, glielo dirò, sì, quel nome” – Che donna ragazzi. Avessi avuto qualche secolo meno mi avrebbe ingoiato con tutte le scarpe. Ma non ne avevo neanche uno, di secolo meno.
– “Warhol”
– “Come?” – chiesi. Quel diciamo nome non mi ricordava proprio niente, o forse qualcosa. Lei non si mostrò sorpresa.
– “Warhol” – ripeté – “ne hanno, di brevetti. Tutta roba loro. E in Italia non c’è nessuno, nessuno capisce? Ecco, guardi qui…” – mi stava sciorinando una foto di cantiere incorniciata da un decolté calibro 45 magnum pieno di dinamite. Apprezzai la foto e l’album.
– “Riconosce la località, herr Internet?”
– “La riconoscerebbe una seppia in mezzo all’inchiostro, baby. Quella al centro è Venezia. Canal Grande. Sotto le trifore dei Mocenigo, struttura del 1328, rimaneggiamenti di Giovanni da Bel Lago detto il Canoviere nel 1531, è lui che ha fatto le trifore, quel demente, prima erano bifore e si sposavano magnificamente col nartece absidale della volta a vela cruciforme, fino alla costolatura di passo doppio. Un gran bel lavoro però. Il Mocenigo gli ha dato un mucchio di dobloni”
– “E’ proprio così… un lavoro Warhol”
– “Vuol dire che il Canoviere ha lavorato coi vostri materiali?”
– “Oh no” – rise; avevo fatto la figura dello scemo – “dico che ADESSO abbiamo fatto un lavoro coi nostri materiali, a protezione delle trifore cinquecentesche del Canoviere”
– “Bene bene bene; allora è a Venezia che si gioca la partita…” – dovevo recuperare terreno, e presto; – “e che mi dice della Loggia dei Mercanti?”
– “Ehm… a Piacenza?”
– “E quale altra”
– “Beh ecco… anche la Loggia dei Mercanti, certo” – stava arrampicandosi sugli specchi, ma la stetti a sentire perché avrei voluto vedere voi, davanti a una donna come quella; che donna ragazzi; accesi una sigaretta e mi misi comodo.
– “E anche il Vicolo delle Lavandaie, e la Torre Velasca, e il Ponte della Ghisolfa” – andava forte, la piccola – “e poi il Circo Massimo…”
– “Il Colosseo, insomma” – la interruppi
– “appunto. E Piazza di Siena”
– “A Siena?”
– “Sì, no, a Pisa. E le catacombe di Priscilla…”
– “Mh mh. Ho capito, ho capito bellezza” – era un vulcano; dovevo fermarla. – “tutta roba okay insomma, per lavori fini e per palati delicati non è vero? E un bel mucchio di soldi, immagino. Va bene, milady. Qual è la proposta?”
Si fermò un momento, guardando a terra, poi alle ciminiere del porto. Chiuse le brochure lentamente, e mi guardò fisso per circa mille anni, poi tirò fuori la voce da angelo rosa, un angelo nient’affatto privo di sesso, e mi guardò come in trance: – “concessione di esclusiva per tutta l’italia, Herr Internet, importazione dalla Germania, distribuzione sul territorio nazionale attraverso la sua struttura. Corsi tecnici a nostre spese. Conto deposito. Listini creati da lei. Faccia lei le condizioni d’ingaggio”
– “è il mio giorno fortunato, sembra”
– “sembra anche a me” – rispose – “ma non è finita”
– “ah no?”
– “no, Herr Internet, un uomo così baciato dalla fortuna deve dare baci straordinari; e la fortuna forse vuole baciarla ancora…”
– “finirò per abituarmici”
– “lei è meno cinico di quello che vuol far credere”
– “se lo dice lei, milady”
– “contribuzione alle spese di logistica, Herr internet”
– “con la maiuscola, bambola”
– “Herr Internet, mi scusi”
– “è una gran bella proposta” – dissi, mentre lei si aggiustava una calza tra il ginocchio e lo schienale della sedia. – “esclusiva per tutto, vero? Tutti i Canovieri di domani”
– “niente escluso, tutto ciò che vorrà…” – mi rispose soffiando fusa a tutto andare, la bionda.
– “E con l’ingegner Granza come la mettiamo?”
Lei sbarrò gli occhi e si scosse come le avessi dato uno schiaffo in pieno viso: – “come?… come… chi le ha… chi…”
– “Ingegner Granza, di Firenze, importatore unico per la Warhol Italia, è lui che ha fatto i lavori di Venezia sulle fondamenta del Ponte di Rialto, non è così, bambola? Rialto, mica Mocenigo; e il Canoviere, alias Giovanni da Bel Lago, non è mai esistito!”
– “Ma… ma cosa… cosa dice, io…” – si era alzata dalla sedia, facendo fremere tutti i suoi chiffon come tirasse il vento; anch’io mi alzai, e la presi per le braccia: – “e per sua norma, milady, la Loggia dei Mercanti sta a Milano, il Ponte della Ghisolfa è in ferro! E il Colosseo è il l’anfiteatro Flavio, non il Circo Massimo! E a Pisa non c’è nessuna Piazza di Siena! Infine a Venezia nel 1531 pagavano in zecchini e non in dobloni! Ti hanno detto di venire a raccontarmi tutte queste frottole per incastrarmi vero? Avrei firmato un contratto capestro con l’esclusiva di niente per dieci anni, vero? E avrei avuto un budget colossale che non si sarebbe mai potuto fare e avrei allora pagato le fatture anticipate per forniture che non si sarebbero mai potute vendere, vero? Vero??” – gridai scuotendola; la bionda era in piedi, frastornata e angosciata, non sapeva più cosa dire, i capelli in ciocche morbide le cadevano sugli occhi pronti a piangere tutte le loro lacrime – “Oh, ma… come hai fatto a… chi… cosa… io… tu…”
Le lasciai le braccia mi voltai e accesi una sigaretta – “ho i miei informatori, baby, credevate di farmela, ma vi è andata male; l’ingegner Granza è già sulle vostre tracce e non vorrei essere al vostro posto, adesso; ti consiglio di sparire, bellezza, prima che la VERA camera di commercio ti trovi e te la faccia pagare; c’è un taxi, qui sotto, e va solo all’aereoporto. E adesso fuori, bambola, prima che cambi idea.”
La bionda andò verso la porta, mise la manina sulla maniglia, poi improvvisamente si voltò: – “Internet, io…”
– “sì lo so, sparisci baby, è pericoloso viaggiare di notte, per una come te”

Era andata. Mi sedetti alla scrivania e appoggiai i tacchi sulle macerie. Non era nemmeno mezzogiorno e stava già facendo buio, mi versai un bicchiere; accesi una sigaretta e fissai le ciminiere del porto; quel porto buttava sempre lo stesso fumo; in alto garrivano i gabbiani e il cielo stava rannuvolando. La gazzetta riportava le solite notizie. Mi accesi una sigaretta; ah no, l’avevo già accesa; beh insomma; allora bevvi un bicchiere di whisky; la pila di carte su cui ero appoggiato faceva di tutto per cadere, ma i mozziconi glielo impedivano. In strada qualcuno gridava; gli gettai una cicca, e smise di gridare.

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