L’isola degli affamati


 

Gli ottanta Euro erano, qualche anno fa, il contante che l’emigrato doveva avere in tasca per varcare la frontiera francese; non so se sia ancora così e forse non è importante saperlo. Tempo fa dedicai ad un ignoto Ahmed quanto segue. Temo sia morto, quell’Ahmed, ma di sicuro ce n’è un altro, ed allora ridedico a quest’altro ed a tutti i suoi congiunti. Migliaia di congiunti.

l'isola degli affamati

(Dedicato ad Ahmed, che non so chi è, ma son sicuro che c’è)

Ce ne andiamo bordesàndo su un natante, in compagnia,
con il mare forzasètte, due corvette a proravìa
di traverso sulla rotta (sì vabè, si fa per dire)
coi cannoni a pelo onda ci fan bum con allegria;
beccan solo una trentina, quelli duri un po’ a capire
e che invece di buttarsi a giocar coi pescecani
stavan su a gridargli “aiuto” e a mulinar le mani.
E prosegue la crociera, mentre il cielo e il mar s’annera.

Siam più larghi, si sta meglio, l’aria è pura e l’orizzonte
ce l’abbiamo tutto intorno. “Dove andiamo?” “Là c’è un monte”
dice quello con gli occhiali. “Come, un monte in mezzo al mare?”
“Come chiami un muro nero grande grosso e verticale?”
“Lo tsunami” – indovina come sempre il laureato
e, siccome è spiritoso: “lo tsunami da impiegato”.

Proseguiam qualcuno meno, ma anche i pesci han da mangiare
e, pensando all’armonìa di un così perfetto mondo
risolviam di salutare moglie e figli andati a fondo.
“C’è nessun che c’ha una birra?” – “Quale birra, non possiamo!”
“Lo so, era una battuta; c’è qualcosa che c’abbiamo?
manco l’acqua abbiam portato, che da noi è già privata
ma nel senso ‘ghe n’è minga’, liscia, frizz o razionata,
zero: bevi poi, più tardi, quando arrivi in paradiso,
che mi pare sta di là, dove andiamo, per inciso”.

Col codazzo degli squali, che sembriamo una cometa
approdiamo proprio uguale a qualcosa fatto in creta
che ti casca giù di mano. E arranchiamo un litorale
che ci sembra tanto casa, secco e brullo tale e quale;
lì c’è gente che ci piglia e ci sposta dalla spiaggia
facciam tiè ai pescecani che si dicono: mannaggia.
Siamo salvi, siamo vivi, tra dei bianchi un poco grigi
ed un poco disperati; “per di qua si va a Parigi?”
Chiede quello più ottimista; “no, di qua c’è solo il cesso”
gli risponde uno in divisa, e in quel luogo poi c’ha messo.

Be’, nessuno qua ci spara, sembra quasi una vacanza,
un campeggio a poco prezzo, tipo venti in una stanza,
se la stanza poi ci fosse; ma chiediamo forse troppo
siamo negri, non tedeschi, e portiamo sì un malloppo
ma di sfiga, solo quella, tanta sfiga tutta nera
che ti prende anche se scappi, e ti fa mori’ in galera.

Questo strano paradiso di quei bianchi così belli,
benvestiti, lisci e azzurri, chiari pure nei capelli,
chiari più quanto più sali una terra ch’è una scala
verso il nord, e verso noi come tentazione cala,
non ci vuole. C’ha un po’ schifo. Ed in ciò ci somigliamo:
pure a noi ripugna tanto il destino nostro gramo;
a chi piace, la miseria? Non ai ricchi certamente,
ed ai poveri nemmeno; a nessuno piace il niente.
Ci sediamo come intrusi, in mezzo a questa altra gente.

Per andare da qui a lì, e “lì” per noi vuol dire “vita”,
l’avventura di quel mare non è mica ora finita:
un lavoro, un posto al chiuso dove chiudersi protetti,
e passeggiare per negozi, insieme senza stare stretti,
come fate voi di qui, ed a voi sembra normale
come a tutti, come a noi, epperò per noi non vale
non avendo ottanta euro, in tasca come un documento,
perché con ottanta euro vi facciam meno spavento
e anche in Francia si può andare, con il prezzo d’una cena,
una sola, e poi via. A ricordar la pancia piena.

Siam più grigi, un po’, di voi, siamo qui, di là del mare
siam turisti della jella, viaggiatori del campare
aggrappati ad un barcone come a un sozzo salvagente
per morire, come tutti, come voi, più lentamente
ed intanto poter fare quelle cose della vita:
lavorare, avere amici, fare il tifo alla partita,
fare in tempo ad osservare nostro figlio che schiarisce,
perde il nero, perde il crespo, finché il nero gli svanisce
e diventa come voi: forte, per non più scappare.
Sono sogni. Ora è presto; siamo ancora in riva al mare.

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