La casa col fantasma


Il trasloco era stato movimentato, come sempre succede quando ci si trasferisce da un luogo familiare per andare improvvisamente, con tutto ciò che è proprio, da qualche altra parte; anzitutto bisogna recuperare nei recessi della casa quello che ci appartiene. Ma le cose che possediamo cercano nel tempo angoli a loro congeniali talché, dovendole un giorno ritrovare, bisogna scoprirle e catturarle nelle loro tane, girando spersi come se quelle quattro mura si fossero dilatate e circoscrivere il mondo.
O forse è la casa ad appropriarsi di oggetti che le diventan cari al punto che li nasconde per avidità. Oppure questo fa per trattenerci, con l’angoscia degli abbandonati, quando sente prossima la nostra partenza, ma noi cerchiamo implacabili e, spogliandola foglia a foglia di tutto ciò che contiene, così troviamo improvvisamente alcuni oggetti dei quali ci eravamo dimenticati perfino l’esistenza. Lo stupore che ci coglie ha allora un sapore stretto che lascia malinconia mentre seguitiamo, dritti come il destino, la cerca cieca di tutto ciò che è nostro: ecco quello che guarda dov’era finito.  Non importa quanto la casa sia grande: un monolocale è sufficiente per diventare un mondo animato, dopo un lungo tempo di vita insieme.
Trovare tutto, senza pensare a cercarlo con grande anticipo sulla partenza, significa dunque vivere con l’urgenza affannosa di rispettare (per contratto) l’ora nella quale si lascerà quel mondo ed insieme la necessità di non dimenticare nulla, perché sappiamo bene che ogni parte della nostra vita, dimenticata e trovandosi sola nel luogo ormai deserto e senza più senso, ne soffrirebbe troppo, tanto da morire. Il trasloco è una roba seria.
E poi il padrone di casa era un tipo antipatico. Non era contento che me ne andassi – e su questo non gli dò torto: dove lo trova più un inquilino come me, che non gli telefona mai per alcun impiccio e si limita a pagarlo, puntuale come la morte – quindi aveva creato in fine un mucchio di fastidi: portava gente a vedere l’appartamento nelle ore più disparate, pietèndomi continuamente la disponibilità a riceverlo; telefonava ogni giorno domandando se potevamo chiedere non so che ai vicini, i quali però non dovevano sapere che l’informazione serviva a lui; eccepiva che il bagno avesse forse cambiato tonalità di colore; chiedeva di perlustrare un’altra volta il garage, alla ricerca di un problema che in fondo lo autorizzasse a trattenermi lì ancora un po’, come fa una amante delusa.
E come se non bastasse quello che già faceva la casa. Ma alla fine, con l’aiuto di una raccomandata minacciosa, tutto si era appianato e ce ne eravamo andati come in programma, il camion dei traslochi pieno di cose catturate, rinchiuse nei pacchi e costrette a seguirci.
Dunque non mi aspettavo proprio che egli, l’ex padron di casa, mi avrebbe telefonato dopo così tanto tempo; vecchio com’è, lo davo per morto. Invece squilla il telefono ed in esso risento la sua voce irosa e lamentosa insieme, che mi dice:
–  Signor Internet, sono Badaloni
–  Ah, buongiorno a lei. Come sta? – dico, tanto per dire.
–  Sì insomma. C’è un problema
–  Un problema?
–  Qui in casa – mi risponde. “In casa” dice, come se una parola così intima avesse per me ancora senso, adesso, parlando di quell’appartamento.
–  In casa sua, mh. Mi dispiace, spero che si risolva – faccio io e penso che quell’uomo è proprio strambo: telefonare qui dopo tutto questo tempo per parlarmi della casa. – “Ba-da-lo-ni”, sussurro alla mia compagna che passa e mi chiede chi è. Lei alza gli occhi al cielo ridendo e va via.
–  Dovrebbe venire qui, faccia il piacere – dice la voce di Badaloni
Andare lì, io? Rispondo con ferma pazienza ed in modo che si senta come le maniere brusche siano trattenute da una autorevole cortesia al termine:
–  Badaloni, io me ne sono andato da quell’appartamento tanto tempo fa; credo che ora lei lo abbia affittato, no? Non vedo cosa possa fare io, in questo caso. Si rivolga al suo inquilino. Piuttosto, sua moglie, sta bene? – gli chiedo, per dirigere io la conversazione e portarla così alla fine.
–  Sì, sì, mi senta, Internet: ho bisogno di lei qui. Questo è un problema che riguarda lei. – mi dice sgarbatamente. Quest’uomo farebbe perder la pazienza ad un cane; sbòtto:
–  Per la miseria, Badaloni, ma cosa vuole da me? Cosa ne so io della sua casa, dopo tutto questo tempo? Guardi, non mi faccia essere scortese: lasci perdere la casa e mi dia due parole di saluto così non ci roviniamo la giornata, d’accordo? – la mia compagna ripassa, sorride e mi fa segno di star calmo, la guardo significativamente, allargando le braccia.
–  Internet – dice il Badaloni – Internet, stia a sentire, mi stia a sentire perpiacére: venga qui quando vuole; ci mettiamo d’accordo: la sera, la mattina, quando vuole. Io l’aspetto qui a casa, mi raccomando eh, guardi che c’è un problema serio. –
–  Ma che problema dell’accidente c’è? – chiedo io, che volevo buttar giù subito il telefono e sono ancora lì che parlo.
–  C’è un fantasma
Resto lì tipo che forse non ho capito, certo non l’ha detto, eppure sembrava.
–  …Cos’è che c’è?… – domando, storcendo la faccia come se il Badaloni la potesse vedere.
–  Un fantasma, Internet – mi dice spazientito – un fantasma, ha capito? E qui di fantasmi non ce ne sono mai stati, glielo giuro sui miei figli; vent’anni di affitto, fantasmi: zero! Poi, santa Madonna, va via lei, e qua ci sono i fantasmi. Internet, sacramento, cos’è che devo fare, io!
–  Badaloni, lei non si sente bene – gli dico convinto. Nella cornetta, la voce alza la voce:
–  Internet, non mi faccia scappare la pazienza, le dico che qui adesso c’è un fantasma, cosa vogliamo fare? Lo vuol venire a vedere o no? Dài faccia il bravo! In tutti questi anni lei è stato qua bello tranquillo che nessuno gli ha rotto le scatole, adesso mi fa il piacere che viene qua a vedere questa roba. Io c’ho l’inquilino che qui non ci vuole più stare e ha ragione: chi è che vuole stare dentro una casa insieme a un fantasma, no, dico, dài, è mica cose che si fanno; lei ci starebbe in una casa con il fantasma lì che la guarda? E allora, dài! L’aspetto qui. Quando vuole, neh; veda lei quand’è comodo, e si sbrighi –
Sono un po’ frastornato, molto irritato ed un po’, lo ammetto, incuriosito da questa uscita folle del mio ex-mai rimpianto padrone di casa; mi riassesto dallo stupore, e: – Signor Badaloni – gli dico – lei non è tipo da scherzare perché non ne è capace; eppure, tutto questo sembra uno scherzo un po’ cretino. Che faccio, la denuncio per molestie telefoniche o preferisce che inizi io a telefonarle, magari tutte le notti, raccontandole storie da ubriaco?
–  Faccia quello che le pare, basta che venga qua e mi tolga di mezzo il problema
–  Il fantasma
–  Sì, il fantasma
–  E di chi è questo fantasma, della vecchietta che abitava lì prima di me? – in quella casa abitava infatti una vecchina che un giorno vi si addormentò come in una fiaba, ma i principi che entrarono dalla finestra non riuscirono mai più a toglierla dal suo sortilegio, e così ancora adesso lei dorme il suo sonno persistente, ai piedi di grandi alberi in un grande campo abitato da tutte le vittime di quel tipo di incanto.
–  Macché, è un uomo.
–  Beh, quella è una casa troppo recente – cerco di motteggiare – per essere abitata dallo spirito senza pace di un conte uxoricida, no? Creda a me, Badaloni – dico nervosamente – saranno i gatti, o il vento. Che fa, il suo fantasma, trascina le catene tenendosi la testa sotto il braccio, o si limita ad ululare a mezzanotte?
–  No, suona il piano. Anzi: non è un vero piano, una cosa piatta con i tasti e un filo come le abat-jour.
–  Una tastiera elettronica? – dico sconcertato
–  Non lo so come si chiama. Quel maledetto comunque non fa rumore, forse l’ascolta con le cuffie che ha in testa.
–  Suona la tastiera elettronica e porta le cuffie collegate per l’ascolto?! – mi stupisco con una punta di turbamento. Facevo così anch’io in quella casa: mi costringevo all’isolamento fonico perché la mia compagna, donna di troppo ottimo gusto, amava talmente la musica da detestare le mie esecuzioni, né è l’unica ragione per la quale ho di lei incondizionata stima.
–  Eh! – conferma la voce al telefono – e poi tiene un braccio un cane che gli ciondola la testa
Un tremendo brivido mi scuote: – un cane? Che cane?
–  Ma che ne so io, un cagnetto nero che sembra non stare in piedi. Lo accarezza, lo accarezza, lo sa la Madonna! E ogni tanto gli parla
Sembra di vederlo, il mio cane malato, colpito da ictus come un nonno di famiglia e da me curato con farmaci ed una fisioterapia di mia invenzione costituita di ginnastica forzata e massaggi, per una cura angosciata e volenterosa che comunque funzionò. Il piccolo visse altri due anni e riprese pure a correre. Anche lui era un cagnetto nero. E la testa gli ciondolava.
–  Ma che mi dice, signor Badaloni?
–  Quello che le ho detto, mi ha sentito? C’è questo fantasma qui che suona e accarezza un cane. Ah, e ogni tanto non so che guarda sul muro: non c’è mica niente su quel muro, manco un quadro, ma lui guarda qua e là ‘sto muro come dovesse scegliere…
–  …Un libro.
–  Mah. Non c’è mica più la sua libreria lì, veh, in basso c’è tutta una fila di mobili per i piatti, non so se gli piacciono i piatti a quello lì, comunque gliel’ho detto: è lì da vedere.
–  Ma… c’è pure una donna con lui?…
Badaloni strilla come un ossesso: – ah, no, eh! A me mi basta quello! mancherebbe anche una donna! Non è che io affitto ai fantasmi, eh! E poi cosa, due bambini? E la nonna? In due locali? Su, faccia il bravo neh, Internet! E mi dia una mano con questo casino qui che poi ci faccio un piacere io che mi dice lei! Però non è che mi lascia ad aspettare fino a Pasqua, eh, che lei è bello agile, fa un salto qua che non gli ci vuole niente, dài! –
–  Ma cosa c’entro io con il suo fantasma… perché dovrei… mica lo conosco, io, no?… come faccio a cacciarlo via?…
È stato un estremo scrupolo: conoscevo già la risposta di Badaloni; schietto, aspro, tenero e brutale com’era sempre stato in quegli anni, con le sue frasi (fossero per chieder l’ora o per una comunicazione importante) fiondate in viso all’interlocutore, rapide come una fuga, e in stampatello:
–  Ma è lei quello lì, signor Internet! Non se ne vuole andare da quella casa! Mi fa scappare gli inquilini! È il suo fantasma quello, se ne rende conto?

Ho buttato giù la cornetta. Mi sembra di balbettare, eppure non sto parlando; la mia compagna mi osserva ficcante come tutte le donne e mi chiede cosa c’è; bofonchio qualcosa sogghignando, minimizzo e vado. A prendere le sigarette.

Cammino con le tasche piene di sigarette. Eh sì, non è che il proprio passato coli via come l’acqua da un lavandino; è mica a camere stagne, la vita; tutti quei secondi accalcati in corsa, in effetti, non si muovono mica tanto. Forse è per questo che non ci stacchiamo mai completamente dall’effetto dei nostri ricordi: non sono ricordi, i ricordi non esistono, sono le cose, e sono sempre lì. A volte, bussano.
Non ho richiamato il Badaloni; nemmeno lui si è fatto più sentire. Pian piano, il tempo forma l’illusione che lo ieri non ci sia più, ora; certo è una illusione, ma serve, altrimenti dovremmo essere capaci di considerare ancora importante tutto ciò che lo è stato, e ancora accanto a noi ogni ambiente, oggetto, animale, persona insieme ai quali, per un poco, ci è sembrato che il nostro tempo si arrestasse in una forma di serenità sospesa.

Ma questo è impossibile. Ed è perciò che esistono i fantasmi.

 fantasmi

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