Vacanze canzonando


Mentre s’andava in vacanza su una cinquecento colla cappotta aperta, io, mamma, papà e cane (il primo cane, cane eponimo) e il vento spifferava rumorosissimo da ogni apertura di quella macchina tutta aperture, mentre si viaggiava ad ottanta vertiginosi all’ora verso una meta lontana mille miglia nautiche ed avremmo atteso il giorno seguente per esservi meno lontani, durante quello spostamento che oggi sarebbe considerato poco meno che un’emigrazione disagiata, noi privi di tàblet, aifòn e tutti i càtsi oggi posseduti anche dagli infanti, privi anche di autoradio (non solo non c’erano, ma una autoradio su una cinquecento avrebbe fatto l’effetto della Torre Eiffel nel cortile condominiale), mentre – la premessa è quasi finita, non preoccupatevi – mentre le Regioni si susseguivano a ritmo bràdipo, di poco variando il panorama a meno che uno non s’assopisse dieci ore svegliandosi improvvisamente duecento chilometri dopo, mentre eccetera eccetera, ci pensava mia madre a movimentare il viaggio; o l’esodo, se preferite.
Ella, resa vispa dall’interruzione feriale delle solite incazzature e pronta alle nuove, cantava. “Cantiamo!” – proponeva, e subito seguiva una pausa di silenzio che oggi sarebbe riempita dal sibilo del comando “search”; che cacchio cantiamo?
“Volare” ci faceva cagare, ancora oggi me lo fa; “O sole mio” bestemmiare, oggi come allora; “Io, tu e le rose” avrebbe scompisciato il guidatore fino a mettere a rischio il viaggio e l’equipaggio; “Ummagumma” i miei non la conoscevano ed avremmo comunque avuto difficoltà con gli assoli di moog. Che cacchio si può cantare, contenta mamma?
Mamma mormorava tra sé cercando in archivio; non trovava niente, e allora partiva con delle canzoni che lei aveva sentito, e forse addirittura cantato, da bambina. Bambina; piccina, scolare, tutta boccolini biondi ed occhi azzurri trasognati, vestita di rosa come una rosa ed incazzata come una spina perché odiava il rosa ma purtroppo, essendo lei bionda, la vestivano in rosa malgrado il suo disappunto tendente all’azzurro il quale vedeva addosso alla sorella, unica quasi bruna della famiglia e dunque corretta così da quel colore cielo che gli altri tenevano in proprio e che la non ancora mamma mia avrebbe voluto tanto sui panni, ma niente da fare; bambina dolce e pronta al muso, tutta sguardi stupiti e timorosi e sùbite attenzioni e piccoli entusiasmi in un pezzo di Mondo diventato una fogna aperta che aveva schizzato la mente labile del suo papà portandolo in guerra tutto lieto come un pazzo, addirittura volontario; bimbetta schierata al Sabato Fascista, Figlia della Lupa e non più della sua mamma, dio stramaledica gli idioti pedofili, e messa lì a far ginnastiche come parte di una truppa orientale, al suono di cose come:

Inchiodata sul palmeto
Veglia immobile la Luna
A cavallo della duna
Sta l’antico minareto…

‘Cazzo freni sì di botto 
Cammelliere dimmi tu
In ginocchio pellegrino
Son le voci di Giarabub…

Colonnello non voglio pane
Dammi il piombo pel mio moschetto
C’è la terra in questo sacchetto
Che per oggi mi basterà

Colonnello non voglio l’acqua
Dammi il piombo vendicatore
Con il sangue di questo cuore
La mia sete si spegnerà

Colonnello non voglio il cambio!
Qui nessuno ritorna indietro
Non si cede neppure un metro
Se la morte non passerà…

Cantava mia madre con buffo tono marziale ridendo della propria parodia, e a quella canzone mia padre si ribellava: anche lui era stato bambino in quel mentre, e balilla o cacchio di che, ma gli strideva sotto le nari ancora quella fogna tanto che nemmeno riusciva a scherzarci. La sua sera infante aspettava l’arrivo gorgogliante di Pippo, il bimotore inglese De Havilland “Mosquito” che stanava le luci incaute nella città oscurata, e le mitragliava; il piccolo papà ascoltava quelle scorribande con eccitata paura mentre la mamma sua badava a che la carta blu sulle finestre non lasciasse spiragli di sfogo esterno alla lampaduzza accesa. Ogni tanto uno scoppio da sacchetto di carta gonfiato faceva sussultare tutti, ed i bimbi come il mio papà fremevano di qualcosa affine all’entusiasmo, mentre altri morivano, dio incenerisca gli imbecilli troppo imbecilli per sapersi pedofili.
“Basta con queste canzoni!” – diceva mio padre, oscillando il volantone dell’utilitaria piena di vento, ma la mamma rideva e ripigliava:

Placidi ed invisibili
Partono i sommmergibili
Con i motori
Dentro e di fuori
Oplà si va nel mar…

Andaaar… nel vasto maaar…
Ridendo in faccia alla morte ed al destino
Colpiiir, e seppelliiir,
ogni nemico che si trova sul cammino

È-có-sì-cché-vìve il marinàr
Nel profondo cuor
Del suo vasto mar…

Del-né-mì-cò-e-dell’avversità
“se ne frega” perché saa-à…
…Che vincerà!

Nota: in corsivo nei testi delle canzoni ho rielaborato le strofe che non mi ricordo. L’ho fatto in modo buffonesco, perché sono un buffone volontario e perché sto parlando di fascisti, i quali, da buffoni involontari che sono, necessitano, a mio vedere, di una reductio. Perché è automatico per molti, scambiare la buffoneria involontaria per una forma di grandezza, quando è su larga scala. E invece è solo tanta, non diversa cosa.

Perché la mia mamma cantava quelle canzoni? Perché se le ricordava. E non le collegava a nulla di straziante, malgrado le avessero ucciso il papà, rovinato economicamente la famiglia e stravolto la vita. Per lei erano solo canzoni, canzonette, buone per farsi due risate parodiandone il tono bischeramente marziale.
Perché papà non le voleva sentire? Perché invece lui le collegava al periodo delle mille strane paure ed emozioni, all’oscuro fascino dello spettacolo del bombardamento di fortezze volanti nel giorno del mercato, cui lui assistette da un fosso dove s’era gettato con la biciclettina mentre andava a raggiungere lo zio, proprio là al mercato, e perché forse negli anni a venire aveva pensato che mentre lui mirava fremente la sordida bellezza delle armi, lo zio esplodeva tra le bombe, quel giorno. E non accettava che perfino lo strazio potesse ammaliare, e neppure che le canzoni dei pazzi squinternati potessero non far ricordare.

Allora la mamma, papà borbottando e sbuffando, mollava il fascio e intonava leggiadra:

Si vaa
Sulla montagna
Dove la neve e il vento t’arronzerà

L’ardoor
Che ci accompagna
Sarà la fiamma che il cuor ci riscalderà

Saliir, sempre saliir,
e ad ogni vetta si canta così:
sci-sci-sciatòòr – ripete il vento,
solo ardimento il tuo motto sarà!

Vecchio scarpone
D’ogni passione
Vinci la tentazioone!
Non abbracciar più la Mimì:
Son più fedel gli scì…

Sciatoor… – ripete il vento,
solo ardimento il tuo motto sarà.

zan zà! – Concludeva mamma.

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