Comportarsi da grandi


Un robovecchio, questo articolino, ma, visto che la cronaca non si muove, esso non è invecchiato e si può riproporre come fatto adesso. I problemi nazionali infatti non son cambiati, nel tempo. Quanto tempo? Tutto il tempo.

 

cermis

Nel Febbraio ’98, un aeroplanino americano Grumman “Prowler” con quattro ragazzotti a bordo sorvolava i monti della Val di Fiemme, nel nostro Trentino.
I quattro stavano giocando; gli avevano dato, per giocare, un areoplanino da 50 milioni di dollari e perfino dei gradi di ufficiale; a dei ragazzotti basterebbe molto meno per montarsi la testa, ma a loro andò addirittura così.
I ragazzotti vollero giocare a passar sotto i cavi della funivia, come alle giostre; ridevano, scherzavano, si riprendevano con una cinepresa, e si diressero ululando verso i tralicci.
Ma non si dovrebbe dare a ragazzotti la possibilità di decidere come comportarsi fuori di casa, non si può pensarli in grado di valutare i rischi connessi a quelle decisioni: sono ragazzotti; come tali giocano, ridacchiano ed urlacchiano; per loro, essere alla guida di un costoso aereo da guerra od in una sala giochi è la stessa cosa; bisogna saper prevedere questi fatti. Papà, che ha tanto da fare, non lo seppe prevedere, e l’aereo finì contro i cavi che sospendevano la funivia nel vuoto.
Si potrebbe pensare che questa è una storia triste, del genere di quelle che fanno la cronaca dei sabato sera: ragazzi ubriachi, eccitati dalla compagnia e dal surplus ormonale, che impiastrano l’auto del papà contro i platani del bordo strada, lasciando di sé solo il doloroso ricordo; ma non è così.
I quattro non disperdono i propri corpi sui versanti della valle, l’aereo cozza ma resiste, vola, pur con un’ala e la coda danneggiate; i ragazzotti sfrecciano via, scappano tra le cime, scappano a casa, da papà: stavolta l’hanno combinata grossa.
Perché la funivia che portava gli sciatori a passare una giornata di festa sulla neve, quella cabina penzolante sugli abissi ed assicurata al cavo che ora non c’è più, s’è sfilata dal moncone, è caduta, è precipitata abbasso per lunghi secondi, poi s’è sfracellata ed appiattita al suolo come una scatola vecchia, spremendo sulla neve il sangue dei suoi occupanti: venti persone di sei paesi d’Europa. Tutti son morti perché quattro ragazzotti giocavano a Top Gun con l’aeroplanino di papà.
Il loro papà è molto importante, il loro papà è l’America, mica balle. Ecco dunque che, malgrado questa tragedia dell’incoscienza si sia verificata in terra nostra e vi siano prove, testimoni, reperti, registri, perfino confessioni, l’istruttoria diventa americana. Non saremo noi a processare i ragazzotti da riformatorio: sarà papà.
Il pilotino dell’aereo (è addirittura “Capitano”) si giustifica: l’altimetro non funzionava bene, lui non credeva questo e quello, non sapeva che ci fossero restrizioni alla velocità in quella zona, non immaginava ci fosse una funivia (forse pensava che i cavi fossero stati messi lì solo per farlo giocare) e insomma, nella sua divisa tutta stirata che dovrebbe farlo sembrare un uomo, frigna tanto che papà gli dà uno sberlotto: quattro mesi di detenzione, poi basta perché dopotutto è un bravo bambino. Gli altri, poverini, stavano solo guardando, dove, non si sa; solo il navigatore (un altro – addirittura – Capitano) che distrugge parte delle prove, ha sorte uguale, anche se è tanto, tanto tanto pentito: quella sbavata rossa sulla neve, che segna il percorso della cabina nella quale venti persone sono schiacciate come insetti, lo “consumava”, dice. Per questo distrugge la registrazione filmata del volo; vedete quant’è sensibile, il ragazzo.
Insomma ecco inconfutabilmente un delitto plurimo – “colposo con colpa cosciente” direbbero da noi con un ircocervo giuridico – consumato in terra italiana, con vittime italiane e di altri Paesi d’Europa; ma possibile allora che quei ragazzotti non dovessero essere processati da noi? Alcuni maligni insinuano che il nostro Governo non fece molta pressione su quello americano per avocare a sé il giudizio sui ragazzotti assassini, avendo da quello ottenuto la promessa d’uno scambio di prigionieri, come in guerra: se l’Italia se ne starà buona buona, c’è il caso che l’America liberi finalmente tal Silvia Baraldini.
Chi è Silvia Baraldini? E perché è in prigione in America?
Perché abitava là, e perché ha operato nella difesa dei diritti sociali dei neri, tanto da liberare una ergastolana di colore con una azione di commando, peraltro senza vittime né feriti. Questo, ed il suo rifiuto a somme di denaro offertele dall’FBI per denunciare i suoi compagni del Black Liberation Army, le valgono quarant’anni di condanna al carcere duro, pena non attenuata nemmeno quando Silvia Baraldini si ammala gravemente.
La sproporzione della pena inflitta ad uno straniero idealista che non ha ucciso e non ha rubato, rende chiaro al Mondo chi è che comanda; l’Italia pigola che forse non è giusto, l’America non si volta nemmeno.
Ma adesso, chissà, magari, se facciamo le cose con attenzione, può darsi che, si può anche sperare di… portarla a casa, questa signora dagli idealismi turbolenti e dall’inflessibile sguardo azzurro come un cielo sgombro. Le cose si fanno con attenzione, perché non s’irriti papà che ha già tante cose importanti da fare e deve occuparsi pure dei morti provocati da quelle testine dei suoi figlioli: quanti pensieri ti danno i ragazzi. Facciamo anche questa – sbuffa papà, con i pollici nel panciotto, dardeggiando attorno occhiate di spazientimento.
Così i ragazzotti eccitabili e guasconi, quei capitanini ridanciani e scomposti, vengono restituiti a papà e quel papà loro graziosamente ci concede questa sua prigioniera, tolta alle segrete di Lexington nelle quali consuma il suo male insieme ad un ferreo orgoglio. Silvia Baraldini torna a casa in uno scambio da Check Point Charlie. Finisce la storia.
E le vittime? – azzardiamo timidamente
Vanno bene quattro soldi, quattro miliardi di lirette per ciascuno? – esplode papà, seccato, col suo vocione spazientito.
Sissignore, grazie Signore! – gli rispondiamo subito, scattando sugli attenti.
E allora mettetevi in fila e aspettate – conclude papà, tornando al suo lavoro importante.

Questa è una storiella vera, d’un genere di quella che oggi capita tra l’Italia dalle mille Parole d’Onore e l’India dai mille confini nazionali; ma non la voglio paragonare perché quella raccontata è infinitamente peggiore; oggi, una scorta armata contro i pirati marittimi uccide per errore quelli che eran forse due innocui pescatori; allora, quattro ragazzotti su un aeroplano uccidono per gioco venti persone che facevano una gita sulla neve; non è chi non veda la differenza, e la vedo anch’io.
Ma voglio invece sottolineare l’iter della vicenda, ove si vede come qualmente si subordinino i valori di equità al livello di importanza dei contraenti.

Non voglio poi dire dove finisce la dignità, per carità d’una Patria abituata alla carità.

4 pensieri su “Comportarsi da grandi

  1. Io non conosco abbastanza della giustizia indiana per poterne fidare o diffidare; di quella americana ho capito che è più o meno come la nostra, e forse quella di tutti: sganassoni solo a chi non risponde con sganassoni. La Baraldini certo ha delitto, ma decenni di carcere per quel tipo di delinquenza mi lasciano il dubbio che anche in America convenga più essere mafioso che idealista, cioè “comunista”, nella vulgata mondiale. Ma ora ho capito di più il suo commento. Un saluto.

  2. Non lo ricordo, non ricordo il pensiero del momento. Credo che abbia a che fare con il fatto che riponiamo grande fiducia nella giustizia indiana e non in quella americana o forse non c’è niente da capire. Già che sono qua ne approfitto per ricordare che i reati per i quali è stata condannata Silvia Baraldini sarebbero perseguibili anche in Italia, dico sarebbero perché noi sappiamo che la Baraldini non ha partecipato alla preparazione di rapine e di un evasione, del resto era ed è, spero, un’idealista.

  3. Ho letto con attenzione, più volte il suo commento, ci ho pensato su poi l’ho letto al contrario ed infine l’ho anagrammato, ma deve avere pazienza con me: non ho capito. Perché è un peccato?

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