I racconti dell’orrore: – La coccia di morto


coccia di morto

Ai tempi studenti, io ed altri quattro bimbi belli preparavamo l’esamone di anatomia. Questo argomento è molto incasinato in quanto il buon Dio, con ogni evidenza, iniziò a far l’Adamo dalla capoccia e dunque in quella zona espresse il massimo della sua tendenza a complicare le cose con maligna volontà (infatti, come diceva Benigni: quando Dio ha creato gli antibiotici, si è chiesto: “dove li posso mettere, che non li trovano?” e li ha messi nella muffa); poi, via via che scendeva si scoglionava e le faceva più semplici (tranne quando è arrivato al sistema genitale ed ha avuto un altro accesso di dispettosità nevrotica). Ne è risultato che, tra tutte le zone del corpo, la capoccia è la più ingarbugliata di complicazioni; non è composta – come siamo abituati a pensare vedendo i film di fantasmi – di due pezzi: la capoccia e la mandibola, no; la testa è una mirabile composizione d’ossa diverse e dalle forme più fantasiose, ognuna attraversata da canali, forami, solchi, incisure, rilevanze ed eminenze che sono l’incubo del notomista. La nostra testa è il massimo del massimo casino classificatorio.
Il Professore ci aveva perciò detto (a tutti e centocinquanta del corso, mica solo a noi cinque, malgrado fossimo i più belli) che avremmo avuto vantaggio a procurarci – di riffa o di raffa – una coccia di morto, perché pur essendo vero che se ne potevano acquistare di finte in plastica, secondo Lui Sommo la plastica andava bene per la Barbie Girl che preparava l’esame in a Barbie World, mentre noi le cose le dovevamo sapere bene in carne e ossa, sennò: cìccia, altro che plastica.
Procurarsi una coccia di morto non è però roba di tutti i giorni; non si può andar dal droghiere e dirgli “una coccia di morto, please” e di ciò è motivo che l’aver cocce di morto per uso personale, è reato.
Dunque il Professore ci aveva indotto al reato? Sì, il Professore ci aveva indotto al reato, ed in questo Egli perpetuava quella buona tradizione medica la quale faceva sì che gli antichi patologi, per il bene della scienza, andassero nottetempo fregando i cadaveri dei giustiziati freschi di sotterro nei cimiteri, poi, scoperti che erano, ingaggiassero furenti battaglie coi necrofori e gli agenti di polizia per il possesso di quel corpaccione esanime che secondo i dottori era necessario smembrare a fini di studio mentre per i legalisti, che l’avevano appena ridotto in quello stato, era improvvisamente diventato degno della massima cura di pietà umana. Il dottore che riusciva a raggiungere più o meno indenne il suo rifugio, sottobraccio al morto, lo nascondeva infilato sotto il proprio letto e, ansando, finalmente andava a dormire sopra un cadavere. S’era allora nel XIX secolo.

Pieni di questi pensieri, ci mettemmo alla strana cerca d’una coccia di morto veramente, nella speranza di prendere un bel voto. Ma dove e come fare?
Ci venne in soccorso il solito amico che conosce tutti, tra i quali tutti esiste chiunque: anche chi detiene cocce di morto, e chissà quante altre belle cose. L’avemmo, la coccia, e si chiamava Rita S.
Almeno così si leggeva presso il forame occipitale, in un cartiglio attaccato con antico sputo, ma la scritta era parecchio scolorita ed aveva un aspetto runico che poteva essere anche diversamente interpretato. Giacché esaminammo per prima la collocazione dell’ ‘eminenza mediana’ su quel cranio, lo ribattezzammo perciò “Sua Eminenza”, e così restò nomato per sempre.
Viveva, il cranio, in una scatola di scarpe, nella ignoranza dei profani che abitavano le nostre case, ed un bel giorno  in cui la detenzione del nostro tesoro studentesco toccava a me, esso era stato collocato in un mobile bar appena al di sotto del Whisky, zona che io avevo reputato assolutamente perfetta per nascondere un teschio dentro una scatola da scarpe dove campeggiava la scritta: “Sua Eminenza”. Mia madre in vena di pulizie ci mise quattro minuti a trovarlo e quattro minuti e mezzo a bersi un bicchiere di Whisky a mo’ di cordiale. Fui molto esaustivo nello spiegarle come mai avevo posto una capa di morto nel suo mobile bar; molto esaustivo ma poco convincente. Comunque, alla fine mia madre accettò di ospitare Rita S. alias “Sua Eminenza” in casa a patto di non aver mai il bene di vederla fuori dalla scatola; promisi con mille mossette, manco fossi un rènzi ante litteram, e lo studio continuò.

Ma tutti i rapporti sono destinati ad una fine, ed anche quello tra noi cinque e Sua Eminenza finì, il giorno che l’ultimo di noi (io) diede l’esame. Sua Eminenza tornò alla identità primitiva con la quale ci si era presentata e fu restituita al suo legittimo – per dir così – tenutario. Per un poco ci mancò, ma il tempo guarisce ogni nostalgia; e poi ci era di conforto sapere che il tempo non l’avrebbe mai cambiata: Sua Eminenza sarebbe sempre rimasta quella che un giorno lontano avevamo conosciuto ed apprezzato; brindammo al superamento dell’esame ed a lei che tornava furtivamente a casa, nella scatola di scarpe che fu il nostro regalo di souvenir.
La vita doveva andare avanti.

Ed andò avanti, tanto che ora che siam belli grandi e navighiamo in mezzo al mare della vita, ho bisogno del dentista.
Lui è un amico, e perciò mi utilizza come cavia vivente per i suoi tentativi di scoprire qualche maronna mai vista che gli faccia vincere il Nobel per l’ortodonzia. E’ un tipo cordiale, simpatico e ci conosciamo da molti anni, e da molti anni cerco di fargli intendere che mentre detengo i suoi arti anteriori affondati fino ai gomiti tra le mie fauci, ho difficoltà a rispondere alle mille domande che la sua deliziosa estroversione gli suggerisce di rivolgermi. Ai suoi tanti “eh, che ne dici?”, “non è vero?” o addirittura “cosa fai per le vacanze?” rispondo con fonemi gutturali assai meno articolati di quelli emessi dal mio cane quando dorme e sogna, ed agito le branche nell’aria a disegnarvi dei complessi quadri concettuali, ma il dentista non capisce le mie risposte, ed io non so proprio che farci. Sto pensando di portarmi una controfigura, la prossima volta.
Ma non si pensi che egli sperimenti solo su di me, né che io mi presti ad essere l’unica sua coccia oggetto d’analisi ed intervento: di recente, in un momento di pausa tra la trapanazione della faccia ed il ravanamento nelle radici dentarie vive, egli, ilare, mi ha raccontato aver preso appuntamento in un prestigioso centro universitario francese ove praticare ogni nefandezza chirurgica che la sua bestiale fantasia può inventare, su una coccia di morto all’uopo messagli a disposizione in quella terra. In pratica, i medici francesi ghigliottinano un morto fresco fresco e, per poche migliaia di Euro, ne mettono a disposizione la coccia per i chirurghi europei in vena d’esercizio maxillo-faciale; una occasione che ognun può capire quanto sia ghiotta ed anche l’opportunità di confronto con le fantasie più frankensteiniane di colleghi remoti, nonché l’incontro con cocce straniere.
“Vuoi venire?” – mi ha chiesto. Ho grugnito in modo vago, confidando nella sua scarsa memoria a breve termine, ma ero rimasto incuriosito da quella iniziativa ed all’appuntamento successivo gliene ho chiesti dettagli: “Allora, sei poi andato a quel convegno pratico di chirurghi in Francia?…”
Il dentista fa un gesto ansioso e dice rapido: “no, non me lo ricordare!…” – io resto stupito: “perché? Non è andata bene? Che ti è successo?”, l’amico si tocca la testa sospirando.

Il problema non era clinico, e nemmeno organizzativo; la coccia c’era, montata su un sostegno ed a disposizione di due medici, giacché essendo il volto simmetrico – han pensato gli organizzatori – di qui e di là è uguale e quindi va ben per due, uno per lato. Il mio amico terebrante, con tutti i suoi scalpelli vi era andato a fondo con viva e vibrante soddisfazione scientifica, senonché l’incontro durava tre giorni, ed il terzo, le condizioni della coccia sono facili da immaginare. Uomo d’oggi, il chirurgo dentista aveva dimenticato quel che i suoi epigoni di due secoli fa chiamavano “il buon odore ospedaliero”, apprezzando ieri ciò a cui la civiltà ci ha ora reso avversi.
La nostra ultima seduta si è svolta quindi con molte meno domande da parte sua, e frequenti sospiri e singulti. Guardavo il medico turbato dal ricordo e – con l’affetto dell’amico – mi sentivo lieto per lui. Lieto egli viva il tempo nel quale un esercizio come il suo è facoltativo, borghese e dura tre giorni. Quando sostenni un esame di Storia della Medicina, lessi di sottoscala abitati da medici settecenteschi occupati a sezionare lo stesso cadavere per settimane, durante le quali coabitavano insieme ad esso poiché un loro spostamento ne avrebbe resa più facile l’individuazione da parte della polizia, ed il conseguente arresto. Tempi lontani in cui l’orrore era peccato e non scienza. E poi ci sono i tempi nostri, in cui della scienza si accetta l’orrore perché anche esso è scomponibile scientificamente.
Ma per scomporre il disgusto, invece, non pare essere ancora arrivato il tempo. Povero amico mio.

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