Fantasmi personali


Dice: – anche Newton faceva gli oroscopi; e chi sono io per non vedere l’invisibile? Tanto i fantasmi mica lo sanno, che sono iscritto al CICAP.

fantasmi in soffitta

Dalla scesa che giù dal sentiero cade fino ai campi sotto, per sterpaglie ed alberacci stenti e cespugli grossi come case, intricata tanto che si direbbe potesse sostenere uno che vi scarligasse oltre, mantenendolo come sospeso sebbene puncicato da tutti quei rami, là da quel che s’indovina – più che vederlo – precipizio, da mezzo le sue fratte, si sente dire aiuto.
Se n’andava per quel lì, un giorno, la moglie di mio zio, insieme alla di lui figlia d’un letto precedente (lo zio ebbe tante mogli) e quella donna ancor giovane d’età, alta e segaligna, vestiva d’un improvvido costume marino essendosi distesa a prendere il sole sul nostro prato, avanti di iniziare la sua strana passeggiata. Strana perché lì si era in campagna, sì isolata, ma dove tuttavia non era comune incontrare femmine nascoste dietro due pezzi di stoffa, pei sentieri. E’ però vero che la bambina, diversamente, indossava un pezzo solo, non avendo necessità di celare altro che poco.
Tornarono comunque a noi presto, di trotto brutto, le due vaghe, e scosse in oltremodo; narrarono, con gesti anguillanti, un’avventura.
A mezzo della via bianca si trovavano camminando, torpide per il sole, il luogo e la breve vacanza nonché per il pasto e il vino del Monferrato assunti poco prima e, raggiunto il luogo dove si dice sia più erto il supposto strapiombo, lì, d’un tratto, a loro inattesa, prima fioca, poi più netta, due volte all’orecchio, la voce disse aiuto. Si arrestarono, gelate d’improvviso, si tesero in ascolto e riudirono, da là: aiuto. – L’hai sentito? – sì –  cosa può essere? – non so – da dove viene? – da giù.
Arrivarono senza correre, ma come correndo; raccontarono.
Mio zio ascoltò con la faccia sua, poi salì a vedere, andò fin lì. Ma non trovò nulla. Non sentì nulla. Tornò con la bocca scettica, ma la famiglia gli protestava credibilità; erano talmente spaventate, l’alta e segaligna e la piccina, che mio zio fu indotto a risalire, e per la seconda volta non ebbe risposta ai suoi richiami di c’è qualcuno; né il suo occhio pure acuto ebbe ragione della cortina di sterpi che s’innalzava come un incendio immobile, dalla scesa. Ritornò, perplesso, muginando spezzati fonemi razionalizzanti. Quella giornata finì nell’incognita, per i miei parenti rimasti pensierosi. Io non dissi nulla, né alle femmine in motu cordis,né a lui quando salì e risalì, né dopo; mimai superficiale noncuranza come una statua inglese. E d’altra parte, cosa avrei potuto dire, come avrei potuto dirlo.
Perché io lo so che quella scesa parla, qualche volta, pur se invero non l’ho mai udita; tutti lo sanno, da quelle parti.
Di essa si dice che oltre il primo spazio di cespugli ed oltre i tronchi che pur vi devono sorgere, perché se ne scorgono i rami, laddove quella vegetazione che sembra infinita invece ha termine, il terreno scompaia mutandosi in una parete di roccia spinosa che crolla con lungo volo fino al ruscello sotto (il ruscello, lo si sente la notte sciabordare) ed è quello un sito ove –dicono le altre voci della valle – alcuni delusi troppo, troppo stanchi e forse non più di sé padroni, nel tempo, si sono lasciati scivolare di malinconia e si son persi in volo verso il fondo.
Di quelle voci della scesa dunque sappiamo, e ne parliamo ogni tanto; proprio ogni tanto, sì, perché d’altronde la scesa stessa parla poco,  e non si pèrita di aspettar la notte e farti agguato come si conviene, ma anzi ti dice del suo in una bella giornata di sole, a mezzo pomeriggio di luglio, quando i fantasmi ammodo dormono tutti.
Perciò non è considerata, questa, da alcuno una gran leggenda, e nessuno di noi lì crede ai fantasmi.

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Ricordo che avevo pochi anni, ero bambino. Ma avevo le chiavi di casa, perché i miei lavoravano entrambi, ed io ero un bambino responsabile. Quel giorno entrai in casa con un amico; andavamo a giocar coi mie’ giocattoli. A quell’età però succede che due maschi si annoino dopo breve tempo dei giochi poco fisici, e si affrontino presto in reciproche prevaricazioni che èsitano in una lotta scherzosa e no. Ringhiando e divertendoci, dunque, lottavamo come giovani cani, sgambettandoci, afferrandoci per il collo, torcendo ora un braccio, ora l’intero busto dell’altro con l’intento di schienarlo a terra, cosa che è segno di vittoria dello schienatore sullo schienato, per tutti gli animali dabbene. Ero, io, quasi riuscito nell’obbiettivo; solo le spalle del rivale restavano di poco staccate da terra, ma egli stava cedendo; ricordo il suo sbuffare sforzato e ridente ed il senso di dominio che mi saliva mentre calcolavo la distanza tra quelle spalle e il pavimento, schiacciando implacabile l’amico; ormai avevo vinto, ero più forte io, questione di soli attimi ancora. Ma dalla casa vuota, dal corridoio che si estendeva fuori dalla porta della mia stanza giù giù fino all’ingresso, lì dall’imbocco della zona notte rimbombando, forte e sonora, secca, chiara, una voce scoppiando disse “fermi!”.
Ricordo la trasfigurazione nel volto dell’amico sotto di me e che in me si specchiava, mentre una sorpresa agghiacciante ci bloccava le membra; avevamo sentito entrambi. Balzammo in piedi e corremmo come lucertole, sbattendo tra noi e negli stipiti, verso la porta d’ingresso, gridando: “i fantasmi, i fantasmi!” – ci fermammo solo in strada.
La strada ospitava passanti appiedati e no, confortantemente indifferenti. Non saremmo risaliti nemmeno per la Policar ad otto corsie.
L’amico non venne più da me, dopo il giorno in cui il corridoio ci comandò come un genitore ed io, per me, avrei fatto bene a meno di rientrare in quella casa.
Disgraziatamente, abitavo lì ed i miei quella sera non vollero traslocare – mi dissero – solo per delle voci da corridoio.
La notte dormii con le coperte sopra la testa.
E ripensandoci, forse lo farò anche stanotte.

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Amori persi càpitano, son fatti apposta. Ma un giovane uomo, per ciò, va ricercandoli nei luoghi dove meno essi si trovano. Una donna non farebbe così.
Io volli passare il capodanno solo come un santo anacoreta, nella casa di campagna spersa tra le colline, i filar di vite e gli alberi che paiono lì da sempre; forse questo “sempre” mi sembrava beneaugurante; nel mio accòro lo credevo un nome, invece esso è un avverbio, che dunque non ha potere.
Mi chiusi allora tra quelle mura spesse, con una tivvù a due colori grande come un francobollo, niente telefono, null’altro di niente. Cenai parcamente e fumai seduto in poltrona, ficcando i miei pensieri molto lontano da lì.
Arrivò la mezzanotte, e passò; non la considerai più che tanto, non consideravo altro che l’incorporeo lungi da me, fin quando udii, remoto e sordo, un tonfo, una sorta di rumore di molle caduta, e poi un altro tonfo, uguale. Sembrava provenire dal piano superiore, ma ne dubitai subito ed invece considerai la possibilità di lontani fuochi d’artificio. La distanza che separava quella casa imboscata dal paese più prossimo rendeva ragione di un suono tanto spento. Il rumore si ripeté, ad intervalli irregolari, accompagnato, mi pareva, da una lievissima vibrazione del pavimento sotto i miei piedi.  Fui sorpreso che dei fuochi d’artificio così lontani avessero a trasmettere una onda d’urto addirittura a traverso le colline, fino quella casa. Ma ecco ancora i tonfi.
Allora mi alzai ed aprii la porta per guardare la valle lontana, in direzione del paese; uscii, illuminato blandamente dalla lampada esterna sopra l’ingresso; guardai. La notte era così ferma che pareva di guardare una fotografia; uno spruzzo di neve o di galaverna qui e là, la tracciatura a china dei rami nudi, il buio profondo delle colline che segnava il proprio bordo in cielo, e null’altro. Del paese lontano non scorgevo che punti di luce; nessuna festa ne sorgeva. Guardai l’orologio: erano passate le due.
Rientrai, e mi risedetti; la mia curiosità per quel caso stava per essere vinta dai consueti pensieri appena interrotti e che mi attendevano famelici e gelosi, quando, di nuovo, il tonfo, e quel tremito minimo, e subito ancora, ed un’altra volta, forte.
L’acqua nelle tubazioni, pensai, perché il rumore è in casa, o queste vecchie pietre si muovono col gelo, l’edificio intero si contrae per adeguarsi al calore interno ed il freddo esterno, la casa si muove, la casa si sposta, la casa, in fondo, reagisce a me. Bene, basta così, allora.

In auto, tornavo nella notte di capodanno verso la mia città, a duecento chilometri da quel luogo dove le case sono tanto espressive da irriggidirti i pensieri, ed in autostrada viaggiavo veloce; nemmeno un’auto, oltre la mia, illuminava gli asfalti.
Premo l’acceleratore, sono stanco, ho fretta di arrivare, poi di colpo tolgo il piede: ma c’è una macchina fuori strada, lì, ho visto bene? – Rallento, freno, accosto sul lato d’emergenza: al di là della transenna metallica sfondata, dietro me, un’auto è capovolta ed insaccata nell’infossamento del bordo corsia; scendo rapidamente e vado a vedere.
Non l’avevo notato prima, ma un uomo è in piedi poco discosto dall’auto; mi avvicino. E’ un giovane come me, vestito d’un maglioncino leggero, sembra calmo ed illeso; guardo l’auto: ha le luci di posizione accese, il muso sembra rientrato, una ruota è come lussata, il parabrezza è una raggiera di segni; la vetreria scura non lascia intravedere l’interno.
– Va tutto bene? – chiedo al ragazzo, che non mi sta guardando e non si è spostato
Si volta verso di me e mi risponde con serenità e perfino con ovvietà: – sì certo, nessun problema, tutto bene.
– Meno male. Che botta. Sali con me, ci fermiamo al primo autogrill e chiamiamo i soccorsi; qui la colonnina di SOS non c’è e, a trovarla, non funzionano mai; forse è meglio che ti fai visitare, devi aver preso una bella pacca, e faresti bene a sederti.
Il ragazzo ha le mani in tasca, parla con tono colloquiale, come fossimo in attesa del tram. Mi risponde
– …Ma no, grazie, ho già chiamato, ora mi vengono a prendere, sto solo aspettando e sto bene.
– Forse è il caso che rimanga qui, finché non arrivano a prenderti – dico io. Lui si oppone decisamente, anche troppo decisamente, penso; dopotutto gli sto facendo un favore.
– No, no assolutamente, ti ringrazio, ma, come ti ho detto, li sto aspettando, è questione di minuti. Non ti preoccupare e vai pure, io sto benissimo, sto benissimo – ripete – grazie, ciao.
Sono perplesso; dice di star bene, d’altronde, e non vuole il mio aiuto, anzi: non mi vuole intorno. Lo stanno per soccorrere. Certo, a guardare l’auto, l’incidente appare tutt’altro che rassicurante, ma se lui sta bene e vuole così, non posso che salutarlo.
Lo saluto, dopo avergli chiesto per l’ultima volta se davvero… sorride e mi fa cenno di andare. Vado verso la macchina. Mentre sto per entrare, la sua voce: “vai più piano di prima, attento, che sarai stanco… e aggiusta la gomma” – mi volto: è lì sorridente, nella stessa posizione di quando sono arrivato, con le mani in tasca, il maglioncino, nella notte gelata. Riparto.
“Aggiusta la gomma”. Che gomma, poi? Forse era ubriaco. Sarei dovuto comunque rimanere.
Ero davvero stanco, quella notte. Tanto da non chiedermi come avesse fatto quel ragazzo ad avvertire qualcuno, da lì (i telefoni cellulari non esistevano ancora) e chi potesse aver chiamato.
Dopo cento chilometri, ho bucato.

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Un mese fa ero in treno, ed avevo avuto la fortuna di trovare uno scompartimento praticamente vuoto: solo un altro viaggiatore ne occupava un posto e, per giunta, non aveva valige.
Dopo un “buongiorno” di cortesia, mi sono sprofondato nella lettura del giornale più grosso che avevo, talmente da coprirmi fino ai capelli, così da scoraggiare nell’occasionale compagno di viaggio l’idea di attaccare una importuna conversazione. Egli però sembrava ugualmente interessato solo al suo libro.
Senonché, ad un certo momento, il viaggiatore attira così la mia attenzione:
“mi scusi, signore, permetta una domanda… lei crede ai fantasmi?
abbassando il giornale, lo guardo come si può immaginare
“…come dice, prego?”
“perdoni, le ho chiesto, cortesemente, di dirmi se crede ai fantasmi”
“ma…” dico sorpreso più che infastidito da quella strana domanda “ma cosa dice… non vedo come… in ogni caso, guardi: giusto per risponderle, e poi mi scusi ma riprenderò a leggere il giornale, no: non ci credo”
“ah, peccato” – dice egli con espressione delusa. E scompare.

Quest’ultima non è una mia avventura, per la verità: è una vecchia barzelletta inglese, ma l’ho aggiunta perché – a mio avviso – ci stava bella conforme.

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