Parlar di Siena


A Siena si è sempre stranieri, ma ho conosciuto contradaioli infoiati benché mezzi francesi in una città di matti che mettono il cavallo a capotavola. Come non parlarne turbinosamente?

siena

Chi non l’ha visto? Inizia così, a un dipresso:
Ecco dunque che s’avanza il cavallo bello: s’avanza verso il sagrato mentre attorno a lui la gente sta in rispettoso e trepido silenzio, silenzio di buccine e tamburi di guerra, ronzante silenzio che cela stendardi e passioni erte sulle alabarde; quando il cavallo varca la soglia, tutti lo seguono lentamente; c’infiliamo al seguito del movimento lento e prendiamo posto nel nervosismo generale con le nostre emozioni di stranieri.
Il prete attacca una strana omelia farfugliante; il cavallo è fermo sotto l’altare, la gente pare ipnotizzata; il prete lo benedice con voce pastosa poi l’animale, a passo lento, si conduce fuori dalle mura della chiesa; ma mentre sta per passare a traverso il pesante portone, l’officiante, come desto all’improvviso, grida acutissimo e alto alle navate: “VINCI, PERDIO!!” – perché prete è, ma senese, e manca poco che spòrci le belle statue attorno, trascinato dall’iraconda passione di quelle terre balde.
La folla è percorsa da un’onda di eccitazione, emette un urlo soffocato subito rapito dalle vòlte. Il cavallo ha uno scatto del capo, poi si ricompone d’eleganza ed esce al passo; tutti si disperdon per le vie, tra le storiche muraglie e i gonfaloni.
Ci smarriamo. Intorno a noi, rulli di tamburi; uomini paludati appaiono e scompaiono nei crocicchi, i vessilli s’arrotano alle aste, raffiche di vento muovono molti drappi ed, assieme, gli animi; c’è un volo di bandiere; cerchiamo la via del Campo nel labirinto, ma esso è fatto per confondere; lo assecondiamo, confondendoci.
Dalla confusione ci risorge l’improvvisa vista del Campo; vista, si fa per dire: non si vede un cazzo, tutto è ottuso da paramenti ed impalcati ove assiedono, saldi, culi delle più varie regioni d’Europa. Sbignamo attraverso dessi, vedendo null’altro che brache. Ci spostiamo dunque tornando alla Contrada da cui avevamo preso le mosse.
Vinci, perdio; è la parola d’ordine; il baccelliere ci dà il passo; c’ingolfiamo, per iniziare bene, di pasta allo tomato e di carni e pisella. L’attesa è lunga assai; la passiamo sbranando l’ogne e bestemmiando gli avi avversi, per conformarci allo bello stilo de’ confinanti.
La Mossa par muoversi infine, s’accalcano tra i cànapi le bestie della gara: il Bruco, la Tartuca e il Nicchio s’appresta, il Picchio nicchia, il Drago storce il deretano, la Ciurfanza avanza anzitempo, così lo Sgarante e la Serpe, il Castro rincula urtando l’Orsa che scalcia in replica, Selva e Belva si contendono il cognome, ma allorquando il fante della Torre muove all’entrone è scàtto! Rombano i destrieri, con i culi al vento; rùgge d’entusiasmo guerriero la folla, levandosi irta di pugni come spade, ognun frustando nell’animo la propria bandiera. Frustano attorno a sé i piccoli cavalieri in un duello di tutti contro ognuno; la Vìpera perde bava, scivola il Leviatano, e si riprende; s’arrocca la Torre contro la Selva inane, ed ecco la Chiocciola saettarle innante, o dìo mancante; vola ora il Drago sul Liocorno, che se ne dole; inghiotte avida e travolgente l’Istrice la pista, terzultima; la Lupa e la Tartuca cozzano i fianchi palpitanti mentre i lor cavalieri duellano a colpi di staffìle; ultimo viene, in un impeto di sventura, il Leonesso.
La volta di San Martino decide della gara; al Casato l’Istrice è rotta, il Pitone cede, l’Argàno più non leva il capo, lo Sgombro affonda, la Selva resta e la Lupa, l’Incrocio, l’Oca, la Pera e il Sacripante posan l’arme ai pié della Torre vittoriosa. Il torneo è terminato; lacrime di ira e di amarezza ci circondano, assieme a grida di giubilo e strascichi guerreschi de’ più giovani; lasciamo il campo a quei calcagni battenti dunque, e usciamo.
Attorno, come insetti su corpo esanime, schiere di netturbini stan celando la gran merda d’ogni dove in apposti bidoni; colpisce la celerità dell’opera che si svolge più rapida della giostra selvaggia appena spenta, giusto il tempo di dir oh, quanta merda che essa è già sparita da ogni recesso, sia detto senza celia, o quasi.
Camminiamo vaghi per le calli e noi, i tedeschi lurchi e ‘giapanesi, franzosi di Francia e delle Fiandre, uomini d’Angleterra, volti bruni dal Nuovo Mondo e italici di Liguria e Magna Grecia, d’oltremonte e cispadani con genti di Venezia e di terre di Provenza, tutti siamo dai remoti senesi raccolti in un fascio che reca il cartiglio: “Non è senese”, come un marchio di miseria.
Compatimento, negli occhi di Loro, per noi che captiviamo con le Nikon l’anima della millenaria tenzone a ciglio sempre asciutto. Sbrìgati ad uscir da queste mura – dice il loro cuore, senza muovere le labbra.
Io la Nikon non ce l’ho, e son mezzo toscano; d’indove? D’Arezzo; dunque: forestiero, per chi valuta inimico il presso di porta.
Vo dunque ad Arezzo, a ritrovar la stirpe.
La mi perdoni – esprimo – te tu mi sa’ dire, ovvìa, indove bìschero posso trova’ traccia della mi’ stirpe, la maremma maiala, verbigrazia?
Il passante, così richiesto, m’apostrofa come un saraceno additandomi al ludibrio delle genti. Devo fuggire.
La razza de’ toscani, sangue di Giuda, non sai mai come trattàlla; riparo nelle mie lande, che m’ospitano oramai da due generazioni, affé. Anzi: caffè.
Con poco zucchero, grazie.

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