La controstoria di Gerardo Dei Tintori


Il fiume Po per i lombardi è un dio che cala dalle cime de’ cieli monvisi per raggiungere la piana piatta e darle vita d’acqua; affluente di dio, poco più d’un cherubino tra tanti ruscellanti arcangeli, è il Lambro.
Questo rivolo appen più acquoso d’uno sputo prende sgorgo dai monti di Magreglio, luogo dimesso pur nell’onomastica, e cala sciaguettando fino alla città di Monza, famosa, se non altro, per la monaca. Lì si ferma. No, scherzavo, lì s’allarga, o almeno s’allargava prima che il vecchio borgo denso di mulini, filerie e tintorie che lo scacazzavano ben bene si trasformasse nella succursale di Milano, prima, e poi nel borioso cittadon di poi; ma non precorriamo i tempi, anzi, facciamo passi indietro a jòsa et ìmo al medioevo vecchio bastante.

********

Siamo dunque al medioevo vecchio bastante, e lungo le tante rive del fiume che in quel borgo di Monza si diramava intorcinandosi come una quercia antica, s’erano formati opifici diversi, giacché è noto come l’acqua sia fonte di vita non solo per i pesci ed i pescatori, ma anche per l’industria d’ogni forma e soluzione. Appena fuori dal centro del villaggio, laddove oggi un ponte gibboso lo scavalca, il fiume si forcava delimitando una zona che perciò veniva detta “l’isola”, pur se isola non diveniva se non quando, per grame tempèrie, quel rivolo nervoso improvvisamente si gonfiava e subitamente esondava le sue sponde fragili allagando gran parte di sfigato terreno e così separando, come in due terre, la città.
Era proprio lì che viveva e lavorava Gerardo. Egli era un tale che – secondo la moda del tempo – pareva aver nullo cognome, il che lo fa conoscere per poco gentilizio ed invece assai popolare, ma faceva il tintore, ossia il coloritore di pelli e tessuti, dimodoché il cognome gli fu presto trovato ed egli fu per tutti: Gerardo dei Tintori.
Gerardo era un brianzolo; per chi non sa cosa ciò significhi dirò che è tradizione della Brianza quella d’essere brusca e sbrigativa; se Milan al g’ha ‘l coeur in man, la Briànsa g’ha in man la zàppa e non ha tempo per le smancerie. Perciò ce lo figuriamo, il Gerardo, come uomo di pochi verbi, e spiccio.
Ma non si faccia l’errore, comune tra i popoli più estroversi, di ritenere la freddezza formale una specie di cinismo: la capacità di provare sentimenti è patrimonio individuale, ed indipendente dal luogo di nascita; né è vero che chi tanto esprime altrettanto senta dentro di sé, ché anzi spesso una grande propensione allo scambio è solo apparenza ed al momento dell’azione, scompare. Gerardo era un brianzolo, probabilmente brusco, forse di poche parole, ma non era un cattivo uomo.
Quello era il medioevo, l’era dei ‘secoli bui’; grandi guerre ed invasioni, terrori d’ignoto governati da dèi crudeli, tremende ed incurabili pestilenze, soprusi feudali e grandini di miseria. Se oggi i poveri restano tanti, allora eran tantissimi, e privi della mutua. Non esistevano gli ospedali, i medici erano più pericolosi dei mali che curavano perché non sapevano curarli; nugoli di ciarlatani spillavano i pochi beni di chi cercava aiuto per le proprie paure; solo la preghiera era gratis, ma non sfamava e non guariva. Gerardo vedeva certo i miserabili pezzenti agonizzare tormentosamente; forse qualche volta si era fermato a guardarli, forse una volta si era chinato su qualcuno, gli aveva ficcato in bocca un frutto, un pezzo di pane; magari si era spazientito perché il pezzente, esausto, non lo masticava – “manda giò, rembambì!…” gli avrà bofonchiato; può darsi che fosse inverno, e Gerardo abbia quindi trascinato il misero in quel suo casale dell’ “isola”, per tenerlo al coperto ed al riparo, e l’abbia nutrito; perché Gerardo era sì brianzolo, ma, come si vede, non era un cinico.
Nel tempo che passa in tal secolo buio, in quei giorni via via scorrenti, forse senza accorgersene, il cuore sbrigativo ma vivo di Gerardo aveva alla fine raccolto in quello stanzone parecchi maltrainséma pidocchiosi, e li nutriva. Il nostro brianzolo tintore di pelli, aveva dunque inventato l’ospedale.

Ma venne il bel giorno delle piogge di tarda primavera; in quello che oggi diciamo mese di Giugno, il rivolo del Lambro crebbe dapprima infìdo, poi tumultuoso come vuole il dio dei miseri, ed esondò veloce, tagliò rapidamente la via per l’ospedale, formò l’isola.
Il Lambro grosso è un brutto fiume: scende rabbioso, spumeggiante e cattivo; porta dentro di sé mille ostacoli nascosti e armati come lanzi: rami puntuti, e pietre, e panni avviluppanti, carogne d’animali, falsi piani cedenti o scivolosi ed è irto di fosse fonde e mobili come vive. La strada dello spedale era chiusa, il fiume l’impediva ringhiando a spavento verso le sponde. Tutti guardavano l’isola isolata dal cui nuovo spedale i pidocchiosi gridavano per la paura, il dolore e la fame, ma neanche a pensare di mettere in quella bolgia d’inferno un legno di passaggio: il Lambro iroso scalcia ancor oggi come uno stallone selvatico, travolge e inghiotte come le giumente di Diomede, uccide e fa sparire. Gerardo lo immaginiamo arrivare col suo sacco nel quale ha infilato cibo e panni per i suoi ricoverati; vede la piena sulla strada, sente le grida di là dal fiume, guarda gli astanti che si tengono al sicuro, e parla, anzi, strilla:
– Ti! Ciàpa una corda! Tàcala all’albero, dài desciùles! E ti, va’ a ciapà la barca, nèm cristo!

Ma disgraziatamente, gli astanti dovevano esser cherci, cherci chercuti alla sinistra di quello Stige e così forse gli risposero:
– Preghùma, Gerardo, Prega anca ti, dumanda perdono al Signùr e lü al salverà i to pioeucc!
E così detto, di certo si allontanarono salmodiando.
Gerardo schiumava come il Lambro inferocito; si guardò in giro febbrilmente alla cerca di strumenti d’aiuto, ma nulla trovando e per l’urgenza, infine si legò al collo il sacco e, di sicuro imprecando secondo l’uso brianzolo, scese senz’altro nel fiume. I chierici per la via che sentiron le bestemmie si voltarono, e lo videro nuotare, imprecare e bere e andar su e giù nel fiume come un pezzo di sughero; il Lambro cercava di prenderlo per le gambe e affogarlo, ma Gerardo pareva una serpe d’acqua e sbracciava tra i flutti per raggiungere l’altra riva. Chissà quante volte il rude tintore finì sott’acqua bevendosi il fiume che voleva mangiarlo, e quante altre riemerse gorgogliando oscure litanie fortunosamente incomprensibili; il Lambro aveva preso con sé tanta gente, fin allora, e tanta altra ne avrebbe presa poi; ma quel nuotatore incaponito non riuscì a portarlo al suo dio. In quella lotta furente tra un uomo e la natura fattasi nemica, quel cinque di giugno d’un anno medioevale, vinse il nostro Gerardo.
Non sappiamo cosa disse egli quando, vomitando acqua, fatica e rabbia, riuscì a salire la sponda dello spedale; non sappiamo se si girò a quei cherci per un’ultima benedizione, ma sappiamo cosa gli capitò.
Quel che non gli fece il fiume, fece la Chiesa che non riconosce il valore umano se non sporco di divino: Gerardo non aveva nuotato, ma aveva steso il suo mantello sulle acque e valicato su di esso il Lambro in piena come un volgare surfista californiano; era, questo, un manifesto miracolo, perciò Gerardo doveva esser santo, dunque patrimonio della Chiesa che s’arricchiva così del suo gesto come l’avesse compiuto non un uomo valoroso di suo, ma il capo onnipotente della comunità dei fedeli.
Ed allora da quel tempo ogni cinque di Giugno, in effigie, Gerardo scende ancora nel fiume con un canestro di uova, ciliegie e pane; la sua statua aureolata vien tenuta a mollo in una rievocazione cittadina del presunto miracolo del santo tintore ed egli fu nominato – assieme a San Giovanni che nella storia c’entra come la marmellata sulle scarpe – co-patrono di Monza, pur se non è dato sapere se il Nostro avrebbe gradito questo, o più una mano nella traversata.
Ad ogni buon conto, evidentemente a dubbio d’una opposizione, la statua di Gerardo dopo la festa è rinchiusa bene in una teca e lì rimane, fino ai cinqui di giugni degli anni a venire

gerardo 1

il gibboso ponte dal quale, ogni cinque di giugno, spenzola Gerardo

il luogo dell'ospedale gerardico, parecchio rifinito

il luogo dell’ospedale gerardico, parecchio rifinito

la chiesella sorta ove Gerardo accudiva i suoi pidocchiosi

la chiesella sorta ove Gerardo accudiva i suoi pidocchiosi

Morale di questa storia edificante parmi essere che quando l’esempio è grande l’imitazione viene ardua, ma se chi dovrebbe imitare è forte più del primo attore, a lui viene possibile far credere che il primo attore non sia un libero spirito, ma uno spirito eterodiretto; e da chi? Ma da chi dovrebbe imitare, va senza dire.

E tutto si cheta come le acque quando terminano le piogge. Disgraziatamente.

Parliamone

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...