Charlie, tu te trompes


Le differenze sono bella o brutta cosa?
Si potrebbe partire così. E la risposta appare semplicissima: “dipende”. Così risponde sempre anche chi si sottrae alle domande e vuole mimare equilibrio.
Però è vero che “dipende”, perché tutto, al mondo, dipende da qualcos’altro; nei rapporti chimici degli elementi come in quelli umani ideali, ed intendo i rapporti tra le idee, che contengono in sé tutta la complessità dei rapporti sociali; questi dipendono dal contesto, dal periodo, dalla circostanza (sembrano ripetizioni, ma son cose un poco diverse), dalla cultura, dalla personalità, dal carattere, insomma dalle differenze.
A causa delle differenze, un comportamento può essere giudicato, di volta in volta, proprio od improprio. Facciamo qualche esempio:
Il Ministro delle Sostanze Mario Clotildo di Rivarosa Vallombrosa vi invita a pranzo; immediatamente vi fulminano varie preoccupazioni: di avere l’abito adatto, di saper usare disinvoltamente il coltello da pesce, di riuscire a reprimere per tutto quel tempo il vostro intercalare preferito – “ma che figata!” e di resistere alla tentazione di stuzzicarvi i denti col tovagliolo. Ma perché? Che bisogno c’è di avere tutti questi pensieri?
Un altro esempio, più calzante:
Vi telefona il Papa (se non l’ha già fatto): “buongiorno, filiòlo…” – scommettiamo una grossa somma sul fatto che non coglierete l’ottima occasione per dirgli: – “sissì France’, tutto bello, ma dopo la pubblicità, la vogliamo pagare ‘sta benedetta Tassa Sugli Immobili? O vuoi proprio che mi segni il tuo numero e te lo ricordi io ogni giorno? Guarda che non devi mica fare un miracolo sai, l’abbiam pagata tutti, noialtri che siam tanto mortali: è facilissimo. Dài, vai a pagare svelto e sentiamoci dopo, così sacramentiamo un po’ insieme per una buona ragione; ciao”.
Si potrebbero definire questi due episodi, due vignette. Se fossero vignette, passerebbero senza censura, qua in occidente. Ma se fossero azioni reali, no; nemmeno qua in occidente.
Perché?
Per la differenza non colta tra satira ed ingiuria; o meglio: a causa del fatto che chi osserva, giudichi l’autore del gesto incapace di cogliere quella differenza.
Allora vuol dire che si possono far battute, finché queste non diventano programmi di comportamento?
Sì, vuol dire proprio questo. E ciò indica che la battuta satirica, qua da noi, non conta niente proprio perché non è legata ad un comportamento quindi non è pericolosa; una risata infatti (ad onta degli slogan) non ha mai seppellito nessuno: solo l’azione, ed una pala, seppelliscono.
Dunque, voilà l’ipocrisia: la “libertà di espressione” è una molto ben confezionata pecetta di censura sull’azione; l’oggetto della satira dice: “ma esprimetevi come cazzo vi pare, pecorelle; noi ce ne fottiamo al massimo grado. Ma azzardatevi ad organizzarvi, e vedrete”. Ecco qua la libertà del nulla.
Un esempio sulla realtà? Eccolo: Benigni, in un suo spettacolo, inventava una scenetta verosimile: Berlusconi era ospite sulla carrozza della Regina d’Inghilterra ed il dialogo tra i due veniva interrotto da un fragoroso peto di uno dei cavalli; la Regina allora si scusava con Berlusconi e questi, con non chalance: “si figuri, pensavo fosse stato il cavallo”.
Fa ridere perché è grottesca? No, perché non è reale.
Ma in due occasioni reali, Berlusconi si è comportato in modo altrettanto grottesco, raccontando in pubblico due “barzellette” allucinanti per un uomo adulto ed un responsabile di Governo: la prima sulla “mela che sa di figa” e la seconda che finiva con una clamorosa bestemmia in mondovisione.
Ed è cambiato qualcosa grazie alle battute? Assolutamente nulla: Berlusconi ha perpetuato e perpetua ad ingombrare il Paese malgrado milioni di vignette, ed arcimboldi di satire di ogni natura su di lui.
Questo è il genere di sensibilità occidentale: si ride dell’irreale, il quale ha campo liberissimo, si teme e si censura il reale, cioè il comportamento, se conseguente alla satira.
E dunque la satira non serve? No, non serve, resta un gioco intellettuale. L’azione, serve; ad essa, la satira potrebbe dare un sostegno psicologico, ma se manca l’azione, la satira, di per sé, è fumetto.
Riassumendo in un motto occidentale: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”; questo proverbio già ci dice che possiamo parlare quanto vogliamo, ma se vogliamo fare, rischiamo anche di annegare.
E’ tanta la suggestione che si prova nell’essere liberi di poter dire, però, che sembra un volo infinito, e ricorda il volo che lo studioso Carlos Castaneda pensava d’aver fatto dopo l’ingestione di una pianta allucinogena; tutto gli diceva che aveva volato ed allora lui si rivolse allo stregone suo maestro: “ho davvero volato?” – gli chiese, e quello, stupito: “ma se me l’hai detto tu!…” – “sì ma tu mi hai visto volare?” – “io sì, perché sono uno stregone” – lo studioso smaniava: – “come posso dire… un altro mi avrebbe visto volare?” – e imperturbabile, lo stregone: “dipende da lui: se fosse stato capace di vedere, avrebbe visto” – “va be’ ma se mi fossi legato ad una pietra?” – “avresti dovuto volare con tutta la pietra” – estenuato infine lo studioso domandò: – “ma insomma: il mio corpo dov’era?” – e lo stregone, serafico: – “tra i cespugli”.
Sic transit gloria Castaneda. E così accade anche qua; come dice un amico: noi ridiamo, e quelli ci fregano.
Accade così perché da noi si è diviso il dire ed il fare. In oriente invece, come anche da noi fino all’età dei lumi, dire e fare sono uniti fino ad essere considerati la stessa cosa.
Perciò, se vogliamo dialogare con l’Oriente, non possiamo usare questa modalità; è come incaponirsi a chiedere in italiano informazioni in Cina; cosa ci vuole a capire che lì parlano cinese o, al massimo, inglese? Perché non lo capiamo?
E qui vedo il nodo: non lo capiamo perché il progresso evolutivo sociale che abbiamo raggiunto, insieme a quella bell’incantamento della assoluta libertà di sola espressione, ci ha abbagliato di senso di superiorità: gli altri devono imparare quello che gli insegniamonoi. Non è davvero così che si inizia un dialogo, soprattutto quando agli altri si impongono nel contempo, e con la forza, direzioni politiche, variazioni territoriali, mercati ed ideologie. Il senso di superiorità poi, genera nell’oggetto un inverso senso di inferiorità (pensiamo a come ci siamo sempre sentiti noi nei riguardi dei tedeschi) il quale lascia rancore. Potenza, più sprezzo, più – a conclusione – beffa, ed ecco che l’oggetto salta dai cardini.
Un’altra cosa ancora: tempo addietro vidi una pubblicità nella quale un personaggio mascherato da Che Guevara reclamizzava non ricordo cosa. Pensai allora, con fastidio, che di qualcosa bisognerebbe avere rispetto e, nella circostanza, della figura di un uomo capace (quasi nessuno di noi lo è) di mettere sul piatto la sua vita per un programma basato non certo sulla conquista, come un Napoleone qualsiasi, ma bensì sull’idea di progresso per altri. E’ finita male? In parte sì, ma la sua tensione era pura. Farne lo sponsor d’un paio di mutande, o di una lavatrice, mi pareva sgradevole.
Estremizzando questo fastidio, si arriva alla religione; ognuno di noi ha una parte di Mondo che ritiene di grande valore e perciò degna del massimo rispetto; se ora io facessi una battuta becera sulla figlia di chi mi sta leggendo, sarebbe chiaro cosa voglio dire; ebbene: comprendere questo è – io credo – un obbligo per chi si considera un occidentale, colto, evoluto, libero ed intelligente. Insieme alla comprensione dei diversi tempi evolutivi della Storia dei popoli, ed al linguaggio delle differenze.

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