Le catene


 

 Bzzzz!… bbzzzz!…. bbbzzzzzz!…. sbrisciano le rote sulla neve; nomi di calendario salgono lieti in cielo, ma senza costrutto. Non c’è probblèma: ci ho le catene. 
Le catene sono invecchiate come un whisky di marca, ma – io penso – son di ferro, che male c’è; errore: son fuori misura, la macchina è diversa, la macchina non le vuole, la macchina ha bisogno di catene sue, la macchina. 
Insolenze curiose giocano coi fiocchi sbarazzini, mentre scende lieta la neve.
Spendiamo come Grandi di Spagna ed eccoci qua con le catene d.o.c.; istruiti dalle istruzioni, mettiam mano alla bisogna; bisogna circuire la parte A e collegarla allo spinterogeno; no, ma che spinterogeno, all’ottaedro a vite continua della giunzione 3; dov’è la giunzione 3? Lo sa cristo. Ariguarda le istruzioni. Sono scritte in tedesco. Non c’è l’italiano? Dopo quella stronzata del “Kapò”, no. Però c’è il cinese. Carino, il cinese. E intanto scende la neve.
Studiando la morfologia catenica nel buio della notte di natale a venti sotto zero, in maniche di camicia perché il pullover è bello e si sporca, la mente occupata a ricordarsi come si chiama quel Santo remoto, si giunge alla conclusione che la parte A e la zona C1 sono da avvitare, qualunque cosa succeda. Le avvitiamo, temendo l’esplosione.
Eccole congiunte; la catena ora è più corta di mezzo metro e sembra la spirale del DNA con diversi problemi genetici. Mettiamo il groppo osceno su una ruota e, per sicurezza, aggiungiamo l’attack, che dio abbia pietà di noi. Si parte incatenati.
Le catene sembrano cavalli da rodeo e schizzano sei metri avanti abbattendo due pupazzi natalizi; s’elevano verso le stelle salmi densi di nomi d’anime e d’animali. Intorno a noi scende la notte santa e ululano lupi selvaggi.
Disgiunte a morsi le congiunzioni erronee, con pile ed accendini sogguardiamo i grafici ingegneristici del foglio d’istruzione: alcune vignette stile madonnaro mannaro c’insegnano che non abbiam capito un cazzo. Era la parte C a dover essere girata per prima intorno ai retrovisori, cantando l’Aida. Eseguiamo. Ed ecco che la catena è connessa; ha tutto l’aspetto delle ganasce per immobilizzare l’auto in divieto di sosta; preoccupati, sostiamo a fiato sospeso, sperando e spingendo (la catena – sappiate – c’ha pure i suoi cazzi d’assestamento).
Ecco che si parte. Si rumoreggia come una mietitrebbia, ma si va fuori dalla ghiaccia che ciaveva fregato. 
E si arriva sullo stradone. 
E la neve non c’è più. 
Si scende e si strappano le ruote a calci, sgretolando con le unghie quelle merde di catene che ormai stanno così attaccate da sembrare tutt’uno collo pneumatico, laddove poco prima penzolavano come moccio stanco.
Salgono lente e pensose verso le nuvole pregne, di Santi del cielo notizie ed opinioni.

 

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