A mento in su


Spiace dirlo, ma la caciara è plebea.
Ed i razzisti non vanno trattati in modo plebeo, per tre fondamentali ragioni: primo, perché va considerato che i razzisti non capiscono, non capiscono niente. Chi è razzista è fondamentalmente un ignorante, il che non vuol dire che non possa aver studiato: potrebbe essere laureatissimo, potrebbe anche aver vinto il premio Nobel, potrebbe dunque avere delle specializzazioni nell’informazione per un settore, ma non è una persona colta, cioè non sa associare tra loro le informazioni distanti di categoria. Anche chi non capisce nulla, recepisce però ciò che è istintivo, e vedremo che questa è – a mio avviso – la chiave.
Il secondo motivo è che i modi plebei sono facili, dunque comuni, dunque troppo noti. Quando qualcosa è stranoto, perde di efficienza; gli esempi possono essere tantissimi e non ne farò nemmeno uno.
Il terzo motivo è collegato al secondo: noi, per natura, categorizziamo; “il dottore”, “lo stagnino”, “Il conte”, non sono semplici indicazioni: sono definizioni; avendole definite, da ognuna di queste figure ci attendiamo un aspetto ed un comportamento conseguenti.
Ora facciamo un gioco: se io devo impersonare in modo credibile ciascuna di quelle figure, come dovrò fare? Gli attori di teatro conoscono bene la differenza tra un personaggio e l’altro e la credibilita di una interpretazione è dipendente dalla tecnica, ma anche dall’aspetto fisico dell’attore il quale se giovane e di bell’aspetto, avà appunto il ruolo di “attor giovane”, via via amatore, romantico sfortunato, carrierista, eccetera e quando invecchierà, dovrà necessariamente – come si dice in gergo – “cambiare la maschera”, ovvero dismettere i ruoli suoi soliti ed assumerne di nuovi, consoni al suo modificato aspetto. 
E così continuando, se io dovrò impersonare “il Conte”, sarà bene che ne studi i modi appropriati, ma pure che la mia struttura fisica me lo consenta: il grande Vittorio De Sica era magnifico nei ruoli autorevoli perché, aldilà della sua bravura tecnica, il fisico che aveva si prestava a quelli in modo eccellente. Pippo Franco, per converso, sarà pur bravo, ma tuttavia sarebbe un Conte meno credibile perché le nostre aspettative della figura del “Conte” sono legate alla imponenza (legata al suo ruolo impositivo) che deve trasparire, in modo evocativo, anche dall’aspetto fisico.
Dunque noi viviamo istintivamente di preconcetti e “ci attendiamo” che un personaggio abbia una apparenza (aspetto e modi) consona al ruolo che gli riconosciamo. Ribaltando il ragionamento: noi siamo portati ad attribuire un ruolo a seconda dell’aspetto e dei modi che un personaggio ci presenta. Aspetto e modi legati al ruolo: la cravatta ad esempio, se ci pensiamo, è un accessorio di scena che serve proprio a questo.
Ecco che si comincia a capire perché la caciara non fa altro che portare danno ai caciaroni: perché li relega in un ruolo marginale di massa, di nessuna eccellenza: i modi della caciara sono infatti quelli dei personaggi minori, non autorevoli. Questo è teatro, ma noi diamo credibilità ai personaggi teatrali solo perché rispettano ciò ci attendiamo dai personaggi della vita: ecco la connessione con la realtà.
 
Allora, ecco la realtà: schiatta, con immenso ritardo, un nazista abituato a star col mento in su e a puntar su tutti uno sguardo severamente reattivo; con chi ce l’ha? Con noi. Per lui, gli Italiani sono merda. Disse al processo, questo Priebke, che lui non l’avrebbe nemmeno fatto, lo sterminio delle Fosse, perché dopotutto i soldati tedeschi morti nell’attentato di via Rasella erano del battaglione “Bozen”, cioè Bolzano, dunque non erano veri tedeschi, erano “mezzi italiani”, perciò non valeva la pena di mettersi lì a far rappresaglia massacrando più di trecento persone, quando in fondo erano morti solo una trentina di mezzi italiani.
Vedete, questa è la struttura mentale, questa è la capacità di procedimento logico: Bolzano è terra di confine, oltre il confine è merda, dunque Bolzano è mezza-merda.
Ma la cosa più importante è che il povero nazista disse questo a sua difesa; si potrebbe pensare che egli fosse mezzo scemo e dunque non si rendesse conto che ciò che diceva aggravava di fatto la sua posizione, ma io non credo che quell’individuo fosse così a zero; credo invece semplicemente che ritenesse di essere in potere di dirlo. Questa, è la superiorità.
Ma Priebke, chi era? Non era un Conte, un Dottore, una Figura Importante: era un tedesco orfano che serviva come cameriere in un albergo italiano; ebbe l’occasione di risalire una china che gli era preclusa, entrando a far parte di una polizia politica: prima la Gestapo e poi le SS. Entrambe queste organizzazioni non erano infatti corpi combattenti (dove si diventa Ufficiale solo avendone i requisiti sociali e culturali) ma milizie private del Führer con compiti di controllo; come tali, Gestapo ed SS pretendevano dai propri militi non una specifica competenza, ma solo una totale adesione all’idea nazista ed alla parola di Hitler; componevano così un ricettacolo di tutta la plebe più emarginata dalla Società, che vi trovava rifugio ed insieme la possibilità insperata di cambiare, con nessuno sforzo, la propria condizione. E la cambiavi davvero, diventando addirittura un ufficiale, “Capitàno”, nientemeno, per graziosa concessione del Führer, che aveva bisogno di “capitani” così.
E allora, arrivato lì e trovandosi improvvisamente dalla parte del più forte, un essere semplice, ignorante e che dunque capisce solo per istinto, come percepisce il suo ruolo? 
Egli sente che i suoi modi devono cambiare: non è più un servitore, è un padrone, e il padrone – come ha imparato sulla sua pelle nella esperienza precedente – può dire tutto, può permettersi tutto; nell’immaginario istintivo dell’ignorante, il padrone fa così. E lui fa quello che ha imparato: impersona, scimmiottandolo, il padrone.
 
L’ho fatto anch’io; un episodio di esempio, in linea con ciò che vado dicendo: 
in vacanza sulle nevi svizzere, io ed amici ci fermiamo in un albergo; abbiamo già avuto occasione di notare il fastidio un poco sprezzante con il quale spesso gli svizzeri si rivolgono agli italiani, anche quando si tatta di coppie borghesi (perché l’istinto dell’ignorante, ovviamente non può distinguere, altrimenti si chiamerebbe “razionalità” e financo “cultura”, ma qui siamo invece agli albori dell’uomo ed alla semi-animalità intellettiva). Necessitando di un ricovero per l’auto, ne chiediamo all’albergatrice disponibilità. 
– “ma…” – risponde la donna interdetta – “…è a pagamento!…”
– “certo, buona donna” – rispondiamo – “e noi lo pagheremo”
– “quando?…” – ci replica l’ostessa
Rimaniamo un po’ basiti, poi: – “be’, quando pagheremo il conto, no?”
Più tardi, siamo a tavola, dopo una giornata di sci; ridiamo, scherziamo e mangiamo; improvvisamente, accanto a noi si materializza l’ostessa la quale prende parola in siffatta maniera:
– “prego!” – (“prego” con accento tedesco si legge: “tu!”) – “dovete pagare il garage ora, per favore!”
Siamo a tavola, tre coppie di gioventù, e stiamo mangiando. L’ostessa aspetta accanto a noi, con un cipiglio impaziente.
Ed allora, se l’è cercata: io parlo male il tedesco, ma quella lingua presenta il vantaggio di possedere una valenza oltre il lessico, basata sull’intenzione; in tedesco dunque, con tono sbrigativo e rigido, a voce bassa, senza guardarla in faccia ed accompagnando le parole con un gesto da principe rinascimentale che ordina al palafreniere, le dico di ritornare alla sua garitta (ins Ihrem Schilderhaus) e non importunarci quando siamo a tavola. Seguito quindi il dialogo con gli amici, senza considerarla più.
L’ostessa ha un sussulto che ha il senso d’un batter di tacchi, arrossisce, fa dietro front e si ritira nella garitta. Da quel momento diventa con noi addirittura ossequiosa. Replicheremo ai suoi ossequi con superiore indifferenza. L’animale ha percepito la voce del padrone; forse è triste, ma è così. 
“Chi pecora si fa, il lupo se lo magna”. Ma se ti fai lupo…
Anche Priebke si faceva lupo, col suo contegno da caporale (quello di Totò) e funzionava; lo chiamavamo “Capitàno” invece di “povero cristo”, stavamo pure ad ascoltarlo quando parlava, gli portavamo, in fondo, un rispetto timoroso. Succedeva questo perché lui si faceva lupo. Forse è triste, ma è così. Infatti stiamo replicando con caciara mentre lui è ancora più imperturbabile di prima, sebbene ora ne abbia di che. 
Ed invece contegno, ragazzi, contegno superiore. Funziona così, la vita dei semplici.
 
Concludiamo:
Al povero Priebke avevano detto (e lui ci aveva creduto) che esistono le razze umane; ebbene, non si sbagliavano: ciò è vero. Ma in questa distinzione non c’è nulla di genetico: esistono invece le “razze intellettuali”, e dunque ci sono alcuni che comprendono solo gli ordini, come animali aggiogati, e – fortunatamente – altri con i quali ci si confronta a più alto ed umano livello.
 
C’è infine una interessante osservazione sugli animali: un cane a volte, mostra di non capire ciò che si vuole da lui finché non glielo si ordina perentoriamente. Si penserà: “be’, cosa si pretende da un cane!…” – ma è una supposizione non corretta: in altre occasioni (e magari per lo stesso tipo di fatto) si rileva che la capacità di comprensione del cane è alta al punto da consentirgli di operare variazioni creative e vantaggiose sull’episodio; vivendo con un animale, diviene chiaro che la sua esibita comprensione dei fatti non dipende dalla intelligenza, ma dalla voglia che ha manifestarla. Il cane, come già diceva Lorenz, finge di non capire quando pensa gli convenga così, ma in realtà capisce il fatto, le sue ragioni, i collegamenti e perfino i possibili sviluppi. Cioè mostra capacità di cultura.
 
I fascisti invece, no. È una mera questione di razza.

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